Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus
Bernardo di Cluny, De contemptu mundi + Umberto Eco, Il nome della rosa
Nel 1847 la Revue Archéologique, pubblicò un breve articolo di Gustave Hénocq su alcune rovine romane scoperte a Cap Martin, vicino a Mentone.
Secondo Hénocq, quelle rovine — muri sepolti, un'antica strada, iscrizioni funerarie latine e un piccolo monumento a tre nicchie affacciato sulla via romana tra La Turbie e Ventimiglia — erano ciò che restava dell'antica Limone, località citata negli itinerari romani che molti confondevano erroneamente con Mentone. L'autore riporta una tradizione, a suo dire diffusa in tutta la regione: la città costiera sarebbe stata distrutta più volte — dalle flotte romane e poi dai Saraceni — e i suoi abitanti, fuggiti sulle montagne, si sarebbero sentiti al sicuro solo dopo aver superato il Colle di Tenda. Lì si sarebbero stabiliti, assegnando al nuovo villaggio il nome della città abbandonata. Quanto a Mentone, secondo Hénocq nacque solo nel Medioevo, come rifugio di pescatori e corsari, in una posizione scelta apposta perché funzionale alle attività di pirateria e riscossione di pedaggi.
Il nome antico della stazione romana era in realtà LUMONE: il sito è stato poi effettivamente identificato, e il monumento a tre nicchie descritto da Hénocq è quello oggi noto come tomba di Lumone a Roquebrune-Cap-Martin, un mausoleo romano databile alla fine del I secolo d.C. e ancora visibile nei pressi del municipio della cittadina. Il monumento sorgeva in una posizione di rilievo, presso la pietra miliare del 599° miglio da Roma lungo la via Julia Augusta, che in epoca romana collegava Roma alla Gallia Narbonese. Il suo tracciato, tra mare e montagna, tocca ancora oggi alcuni siti notevoli della Riviera: la Rue Longue di Mentone, la tomba di Lumone, l'oppidum del Mont des Mules a Beausoleil e il Trofeo delle Alpi a La Turbie (Tropaeum Alpium).
In conclusione, la somiglianza tra i due nomi spiega probabilmente la confusione: l'origine "migratoria" di Limone andrebbe quindi maggiormente inquadrata quale tradizione popolare raccolta dall'autore, non come fatto storicamente documentato.
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Se la tradizione riportata da Hénocq fa nascere Limone da una migrazione dalla costa, le ipotesi del limonese prof. Giovanni Marro (Gli inediti "Statuta loci Limoni" nei rapporti colla etnografia. Contributo alla psicologia della gente cuneese, Memorie della Reale Accademia delle Scienze di Torino», serie II, tomo 71, parte I, n. 4) guardano ancora più indietro. Marro ricorda come si ammetta generalmente che «il substrato etnico originario della popolazione delle Alpi Marittime sia di schietta pertinenza dell'antico ceppo ligure» — quello stesso ceppo che, secondo alcuni, avrebbe lasciato traccia del proprio culto nella «misteriosa istoriazione rupestre» del Monte Bego di cui pure Marro si occupò nei suoi studi. Ed è proprio in nome di questa origine dice di preferire il termine di "Limonaschi" a quello di "Limonesi": la desinenza in -asco è infatti «ritenuta dai più caratteristica dei Liguri pre-romani, tanto da seguirne ed indicarne l'area della diffusione» — Limonaschi, dunque, come Tendaschi e Monegaschi. Né si tratta di un'invenzione erudita: nell'"Imbrogliasso dell'Archivio Parochiale di Limone", compilato da Eusebio Rossi, prevosto e vicario foraneo dal 1766 al 1801, ricorre soltanto quella forma; vi si racconta, per esempio, che «la superbia limonasca» tratteneva i poveri del paese dal farsi ricoverare nell'ospedale locale.
Quanto al nome, Marro rileva che i testi classici — Diodoro Siculo, Dionigi d'Alicarnasso, Strabone — attestano la conoscenza della regione da parte di Greci e Fenici già dal 600 a.C., quando il commercio marittimo li portò ad approdare sulle coste liguri e di lì a risalire verso l'interno. E se in alcune valli, come la Val Stura, il passaggio dei Greci ha lasciato testimonianze su pietra, a Limone (ma ved. anche mappa, tetti Munsü) la loro orma andrebbe cercata nell'etimo stesso del paese: già secondo altri (Ernesto Caballo e Dalmazzo Rosso, « La Sentinella delle Alpi », Cuneo, novembre, 1931) il nome deriverebbe dal greco λειμών, «che indica precisamente luogo umido ed erboso, prato, pascolo» — descrizione calzante per quella che Marro chiama la sua «superba conca prativa». Il caso non sarebbe isolato: anche Festiona, presso Demonte, detta ancora nel Seicento Ephestona, richiamerebbe il greco Ἡφαιστεῖον.
A questa ipotesi Marro ne affianca una seconda, «di modesto conio personale», costruita sul derivato latino di uguale significato, limo, -onis. Il toponimo nascerebbe dal nome aggettivato del proprietario di un ager, di un locus o di un fundus: ipotizzato un locus Limoni o Limonius, il sostantivo locus sarebbe caduto col tempo — fenomeno riscontrato altrove — lasciando sopravvivere la sola aggettivazione, divenuta nome di luogo. I paralleli non mancherebbero: locus o districtus Macri è la denominazione latina del feudo imperiale dei Lascaris al Maro, in val d'Oneglia; Tenda compare nei documenti del Cinquecento come locus Tende; e gli stessi statuti limonesi del XVI secolo designano quasi sempre il paese con l'espressione locus Limoni. Sempre secondo Marro, un riscontro importante è rintracciabile nel lessico del Forcellini (Totius Latinitatis Lexicon, Patavii typis Seminarii, MDCCCVIII) che attesterebbe Limo, -onis quale cognomen romano.
Che il nome venga dunque dal prato greco o da un proprietario romano (ma a questo punto anche il rivierasco Lumo, -onis potrebbe tornare rivendicare i suoi diritti!), secondo entrambe queste ipotesi esso affonderebbe le radici nel luogo stesso — nei pascoli della conca o nella terra di un antico fondo — e non nei profughi risaliti dalla costa.