Si ringrazia Marco Bellone per la cartolina
11 Samuele chiese a Iesse: «Sono qui tutti i giovani?». Rispose Iesse: «Rimane ancora il più piccolo che ora sta a pascolare il gregge». Samuele ordinò a Iesse: «Manda a prenderlo, perché non ci metteremo a tavola prima che egli sia venuto qui». 12 Quegli mandò a chiamarlo e lo fece venire. Era fulvo, con begli occhi e gentile di aspetto. Disse il Signore: «Alzati e ungilo: è lui!». 13 Samuele prese il corno dell'olio e lo consacrò con l'unzione in mezzo ai suoi fratelli, e lo spirito del Signore si posò su Davide da quel giorno in poi.
1Sam 16,11-13
Queste balze, tranne la più parte delle loro creste e il monte Abisso, sono molto ricche di pascoli e di prati naturali che forniscono un buonissimo fieno sin presso ai sommi giogbi di Pessimalta, all'Alpiola sopra Sant' Anna, al S. Salvatore, così detto per un'antichissima, or distrutta cappella dedicata alla Trasfigurazione del Salvatore. La Bovaria nella Valletta ed i Ballori a Limonetto hanno eziandio eccellenti pasture. Perla, Formosa e Formosetta annunziano col loro nome la bellezza dei loro pascoli fecondi. [...]
La lode che per la corpulenza e la copia del latte diede Plinio alle vacche dell'alpi, si appropria giustamente alle vacche limonesi alimentate di eccellenti fieni e di buonissimi pascoli e lo stesso dee pur dirsi delle loro pecore e delle capre e vuolsi notare che quest'ultime sono utili senza recare alcun nocumento; perocchè vi si nutrono su molte erbose pendici, di alberi affatto prive. [...] Il grosso bestiame consiste nelle vacche, in qualche toro per la propagazione, e non già pel lavoro, cui soltanto sono quelle destinate. Si conservano le giovenche; ed i vitelli sono ben presto condotti al mercato od al macello. È grande la quantità del butirro che si fa in questo territorio ed esportasi a Nizza Marittima quasi in ogni settimana. Riescono eccellenti i caci e le ricotte giuncate pecorine che si vendono in gran parte sui mercati di Cuneo: i terrazzani smerciano pure in Piemonte la lana delle loro pecore prima di ripatriarsi al tempo delle pasture. Di novecento e più muli, che vi si tenevano prima che si aprisse ai carri la nuova strada, non ne rimangono più che ducento cinquanta; giacché per varie cagioni si diminuirono i trasporti pel Collo, e non pochi di questi si fanno con altri mezzi.
G. Casalis (Dizionario Geografico Storico-Statistico-Commerciale degli Stati di S. M. il Re di Sardegna, 1841)
Al Bric noi facevamo così fino agli anni '90 e oltre.
Durante la bella stagione, al mattino presto, prima di fare colazione, si andava nella stalla e si dava qualche forcata (furtså) di erbacce (arbås) tagliate il giorno prima attorno al tats, tra cui romice (lapås), ortiche (urtìe) e farfaracci (dravåse). Mentre le mucche (våtse) mangiavano, si toglieva il letame (liåm) dal pavimento, leggermente inclinato per fare confluire i liquami verso una canaletta di raccolta).
Per il trasporto al letamaio (giamèr), di solito situato nei pressi del tats, si impiegava una barella (sivèra) o una carretta (caràtta). Il contadino procedeva quindi a stendere sul pavimento uno strato pulito di paglia (pågia) o di foglie secche di faggio (fàu), atto ad assorbire i liquami (süggu). Poi si accudivano (tsadlår) gli animali, che nell'operazione detta brüsc e strìgia venivano spazzolati (bruså) e ripuliti (strigiå).
Dopo aver risciacquato bene la mammella (pùsa), si procedeva a mungere (mùnzri) le mucche (våtse) a mano, seduti su uno sgabello a tre gambe (bancòt), tenendo il secchio (sidzilìn) tra le ginocchia.
Il latte (låts) non impiegato per nutrire i vitelli (vilàt), una volta munto veniva colato con un panno e quindi scremato con una specie di raschietto (spanùira), oppure si adoperava una scrematrice a manovella. La panna (cråma) così ottenuta veniva messa in un recipiente tubolare verticale (börrièra) per ricavarne il burro (böri), oppure si avviava alla caseificazione impiegando il caglio (cåč) per ricavarne formaggio (furmådzi), tume (tùmme) o ricotta forte (brus) o ricotta dolce (sarås). Il latte scremato (låts sbüriå) lo si dava da bere alle mucche e ai cani.
Un volta terminato di accudire le mucche, si faceva colazione con una bella scodella di latte e caffè molto lungo con pane inzuppato.
Poi si mungevano le capre (tsåbre) e il latte serviva per darlo ai vitelli e per uso familiare. In questo modo si risparmiava il latte delle mucche che serviva per la produzione del burro. In seguito si rifaceva la lettiera (dzås) alle mucche con paglia o foglie secche che erano state raccolte in autunno a lenzuolate (ninsulå) e immagazzinate sotto il portico (pòrti).
Alle ore 12 circa (mesdè) si mangiava pranzo (dinår). Dopo pranzo, accompagnati dal cane (tsan da pastùr), si portava al pascolo (an pastüra) l'insieme delle bestie (lu cabiål) del contadino, ossia mucche (våtse), vitelli (vilàt), toro (tàuri) e capre (tsåbre).
Sidzilìn e börrièra
Foto di ©Giacomo Bellone
Foto di ©Giacomo Bellone
All’inizio della stagione si adoperavano i pascoli situati più a valle, e poi man mano quelli situati più in quota. Ad alcune mucche e capre venivano appese al collo (operazione detta scalunår) i campanacci (sunåge, sc'lìnne, scalùn) che servivano: (1) per allontanare le vipere (vrüppe); (2) per localizzare le bestie in caso di nebbia bassa (nèbia båsa) o se qualcuna, magari morsa da un tafano (tavàn), fosse fuggita all’impazzata nei boschi attorno ai pascoli; (3) per rendere l'atmosfera più allegra e farsi sentire quando si era di ritorno al tats.
1933
Foto di ©Giacomo Bellone
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müzèl
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müzèl tsot
Foto di ©Giacomo Bellone
Verso le 19.30, riportate al tats, le mucche venivano attaccate alla mangiatoia (grüppia) con le corde (ståtse) oppure con le cavezze (canàule cun lu tiroc). Poi le mucche venivano di nuovo munte, il latte veniva scremato e la panna (cråma) veniva portata in cantina al fresco. Nella mangiatoia, si trovava dell’erba fresca appena tagliata nel caso si necessitasse ancora di foraggio. Si andava quindi ancora a tagliare arbås per il giorno dopo, e lo si portava nelle vicinanze della stalla avvolgendolo nel telo (ninsòl), poi si allargava perché altrimenti l'erba ammucchiata si scaldava e faceva male alle mucche. In autunno quando l’erba cominciava a scarseggiare, il contadino riforniva la greppia anche di foglie di frassino (fråsci) opportunamente staccate dai rami (sburår le föge). Sempre in autunno, per economizzare paglia per la lettiera, si utilizzavano anche le foglie secche cadute dai faggi (fàu).
In estate inoltrata si saliva quindi alle malghe Büffe (måire Büffe) dove le mucche venivano accudite diversamente. Al mattino non si dava più l'erba nella stalla, ma si mungeva, si toglieva il letame, si scremava il latte. Prima di mettere fuori le mucche si mangiava pranzo verso le 8,30 – 9 altrimenti chi andava al pascolo, visto che si stava fuori tutto il giorno, avrebbe trascorso la giornata senza un pranzo caldo e avrebbe sempre dovuto mangiare al sacco. Le mucche in alpeggio stavano fuori dalle 9 alle 19 circa con qualunque tempo. Non c'era il pastore elettrico e bisognava stare al pascolo con le mucche tutto il giorno. Dopo che avevano mangiato, le mucche si portavano a bere e poi a riposare in un prato pianeggiante (la dzàuma) dove si coricavano (i dzumåvu) e ruminavano (i g'armiåvu). Al pomeriggio mangiavano di nuovo, fino al ritorno alla malga.
D'inverno le bestie rimanevano solitamente confinate alla stalla. Per portare il letame al letamaio sovente si usava la slitta (liùn).
Ninsulå d' föge
Foto di ©Giacomo Bellone
Si ringrazia Marco Bellone
1930 circa - Si ringrazia Marco Bellone
Dal fascicolo "Anår a scòla a Limùn" redatto nell'anno 1978 dagli alunni della Classe IV elementare (insegnante Vanda Chiappero)
fiscèla e rairòla
Foto di ©Giacomo Bellone
sèla (tats Custànsa)
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panòt dal böri
Foto di ©Giacomo Bellone
spanùira
Foto di ©Giacomo Bellone