16 Fa scendere la neve come lana, come polvere sparge la brina. 17 Getta come briciole la grandine, di fronte al suo gelo chi resiste? 18 Manda una sua parola ed ecco si scioglie, fa soffiare il vento e scorrono le acque.
Sal 147, 16-18
Limone Piemonte è storicamente nota per le sue abbondanti nevicate. Non daremo però conto qui della nascita e dello sviluppo in paese degli sport invernali in quanto esiste a tale proposito un ben documentato Museo dello Sci.
Sebbene oggi le precipitazioni sembrino essersi attenuate e i mezzi meccanici abbiano semplificato la vita montana, fino agli anni '50 del XX secolo la gestione dell'inverno poggiava interamente sulla forza delle braccia, sulla solidarietà e, nel centro abitato, su un sistema ingegnoso di sgombero della neve.
Corte Rotonda (1970 circa) - Foto di ©Giacomo Bellone
La bùira
Per comprendere come avvenisse lo sgombero della neve (bùira) in paese, bisogna immaginare una Limone molto differente da quella attuale: le strade del centro non erano occupate dalle automobili, i tetti erano coperti da pesanti lastre di pietra, le lose (crübårt a làuse), che richiedevano frequenti spalature (palår gi crübårt) per evitare crolli.
Non esistevano fognature moderne; al centro delle strade acciottolate correvano piccoli canali per lo scolo dell'acqua, i bialòt. Quando (frequentemente) il Comune decideva che era tempo di liberare le strade, entrava in scena il messo comunale (negli anni '50 si ricorda la figura di Mårc Sacrìsta). Questi percorreva le vie del centro e, al suono di una trombetta per richiamare l'attenzione, declamava ad alta voce il giorno, l'ora e le zone interessate dall'operazione. Era il segnale d'inizio della bùira. I proprietari delle case — all'epoca quasi tutte abitate stabilmente — scendevano in strada con il badile (påla). In corrispondenza dei bialòt, scavavano un trincerone nella neve che, casa dopo casa, creava un corridoio ininterrotto verso il torrente.
Al momento stabilito, un operaio comunale situato nella parte alta del paese (sümma dla vìlla) deviava l'acqua di un ruscello verso il trincerone appena scavato. I limonesi iniziavano quindi a gettare la neve nel flusso d'acqua: questa, in parte sciogliendosi e in parte restando a blocchi, veniva trascinata dalla corrente verso valle.
Non era un'operazione priva di rischi. Accadeva spesso che grossi blocchi di neve ghiacciata finissero per occupare la canaletta che ne rimaneva ostruita (ambuirå), causando pericolosi sversamenti d'acqua nelle cantine o nei piani terra. In quel momento interveniva l'operaio comunale armato di aråbi, ossia una lunga pertica di legno con un’asse trasversale in punta, usata per smuovere l'ostacolo e far ripartire il flusso. In questi frangenti, la collaborazione tra paesani era totale e frenetica.
L'acqua necessaria a questa operazione veniva prelevata dal ruscello Rapitone (Rapitùn) nel vallone di Milliborgo. Il ruscello passava nei pressi dell'attuale partenza della cabinovia a campo Principe, attraversava i prati del Castlàn (oggi densamente edificati) e giungeva all'incrocio tra via XX Settembre (Carèra Grànda) e via Pietro Viale.
Si ringrazia Antonio Bellone per la cartolina
Le cintåine
Nella parte bassa del paese (arsùn dla vìlla) esistevano (e resistono tuttora) le cintåine: spazi strettissimi tra le file di case, senza nome né numero civico. Durante la spalatura dei tetti, questi vicoli venivano letteralmente colmati di neve, che vi rimaneva (e rimane anche oggi) fino a primavera. Questi cumuli diventavano il regno dei bambini, che li usavano come nascondigli per giocare a vàn cirir detto anche a bre da bàra, cioè a nascondino.
Cintåina - Foto di ©Vanda Chiappero
Le fràmme
L'inverno a Limone non era duro solo per chi spalava. Le donne affrontavano prove di grande resistenza fisica: per lavare i panni dovevano raggiungere il torrente o il lavatoio anche nelle giornate più gelide. Spesso erano costrette a rompere uno strato di ghiaccio per accedere all'acqua. In quelle giornate dure, tra il vapore del fiato e le mani arrossate, si intrecciava la fatica con la solidarietà che le univa.
Carèra Grànda - donna alla lavùira (1915)
Da Rivista Subalpina (1929)
Lu vilådzi d' nivèra
Nel 1936 gli Alpini del 2° Reggimento costruirono un villaggio di neve e ghiaccio di notevoli dimensioni e a grandezza d'uomo. Le fotografie d'epoca qui riprodotte lo evidenziano.
1936 - Si ringrazia Marco Bellone per la fotografia
1936 - Si ringrazia Marco Bellone per la fotografia
1936 - Si ringrazia Marco Bellone per la fotografia
1936 - Si ringrazia Marco Bellone per la fotografia
1936 - Si ringrazia Marco Bellone per la fotografia
08/03/1936 - da Museo dello Sci A. Bottero
08/03/1936 Interno della chiesa a tre navate - da Museo dello Sci A. Bottero
08/03/1936 Ingresso dello spaccio - da Museo dello Sci A. Bottero
08/03/1936 Spaccio - da Museo dello Sci A. Bottero
08/03/1936 Camera da letto - da Museo dello Sci A. Bottero
08/03/1936 Municipio - da Museo dello Sci A. Bottero
Il villaggio di neve - da L'Alpino 01/04/1936
Tra le varie manifestazioni alpine svoltesi a Limone Piemonte in occasione delle gare di sci fra i reggimenti alpini, degno di rilievo è il villaggio di neve sorto nel bianco vallone di Milliborgo, in prossimità dei traguardi di partenza e di arrivo. È stata certo una delle più interessanti attrattive per la folla di militari e civili che assistette e partecipò alle gare sciistiche. Tutto l'insieme delle costruzioni, esclusivamente in neve, si poteva dividere in due gruppi: il villaggio propriamente detto, dall'aspetto caratteristico di un vero villaggio alpino, con la sua strada centrale, la sua piazza, alla quale si accede mediante ampia gradinata, la sua chiesa, la scuola, il municipio, lo spaccio, una bella villa da affittare al... 1. aprile, corpo di guardia e garitta, muro di cinta e arco d'ingresso, che riproduceva nelle sue linee generali l'arco di Augusto in Susa; le trincee, con vari appostamenti e ricoveri che, svolgendosi sul pendio dal rio Milliborgo verso le Buffe, ricordavano ai vecchi alpini i non troppo comodi ma sempre nostalgici accantonamenti di guerra, sulle alte distese nevose. I fabbricati (possiamo ben chiamarli così) del villaggio sono davvero imponenti:
— La chiesa su tre navate con 4 colonne divisorie, lunga m. 7,60, larga m. 5, in perfetto stile romanico, col suo altare e relativo tabernacolo e calice, la sua balaustra, le madonne e i santi modellati con perfetto senso artistico e la sua facciata monumentale.
— Il municipio, con gli uffici del podestà, del segretario comunale, dello stato civile, ogni camera di m. 5 x 4, con volte a tutto sesto alte circa 4 m., completamente ammobiliato con mobili prettamente costruiti in neve.
— La scuola composta dell'ingresso, con tanto di sedili e portamantelli, dell'aula scolastica (m. 4 x 5) fornita regolarmente della cattedra e dei banchi, compreso l'immancabile banco... dell'asino, del buon tempo antico; e dell'alloggio della maestra, rappresentato da una civettuola camera ammobiliata, fornita di ogni moderno conforto, non priva dello specchio pur esso di neve, delle lampadine elettriche da tavolino, ed anche del portacenere con tanto di sigaretta (si tratta, come si vede, di una maestra moderna!).
— Lo spaccio, circolare, costruzione che si potrebbe quasi dire monumentale, del diametro di 6 m. e dell'altezza di 5 m., con portico d'ingresso, sgabuzzino dello spaccista, armadi, bilance, bottiglie, bicchieri, tavole, panche, ecc.
— La villa-alloggio completo di tre camere e cucina, adatta per due colombi (forse per quei due che vi furon sorpresi in caldi effluvi il giorno prima della inaugurazione), ammobiliata con gusto squisito; ingresso provvisto di sofà turco con tanto di cuscini ricamati; la camera da pranzo con tavola imbandita e l'immancabile fiasco, la camera da letto curata in ogni particolare, dalla cipria, ai profumi, all'impianto elettrico... Tutto di neve!
L'applicazione di vetri (leggi carta) variamente colorati alle finestre, rendevano questi locali artisticamente lavorati, ancor più affascinanti.
Poco più di 20 giorni sono stati sufficienti agli alpini della 4ª Divisione per realizzare il miracolo. Progettista e direttore dei lavori il magg. cav. Bruzzone, aiutante maggiore in 1ª del 2º Alpini; assistente il s. ten. Rino Bernardi del 1º.
L'Alpino 01/04/1936
Per le fotografie relative alla costruzione del villaggio potete visitare il sito del Museo dello Sci A. Bottero
Nel 1940 per un raduno della GIL l'esercito realizzò una versione più ridotta del villaggio, presentata all'erede al trono Umberto II di Savoia nel corso di una delle sue visite al paese, come visibile in questo filmato:
La giåsa
A Limone, quando i frigoriferi erano ancora un’invenzione lontana e l’inverno dettava le sue leggi con rigore, c’era una famiglia che in località Trüc svolgeva un mestiere tanto faticoso quanto indispensabile: la produzione del ghiaccio (giåsa).
Era un lavoro che richiedeva esperienza, pazienza e una buona dose di resistenza al freddo perché tutto avveniva all’aperto seguendo i ritmi della natura. Le vasche, scavate con cura e disposte in modo da sfruttare al meglio le gelate notturne, venivano ricoperte da uno strato d’acqua. Quando questo si solidificava, se ne aggiungeva un altro, e così via, giorno dopo giorno, fino ad ottenere una lastra spessa e compatta. Il ghiaccio non si improvvisava: si costruiva, strato su strato, come un artigiano modella la sua opera. Quando finalmente era pronto, iniziava la parte più impegnativa. Si tagliavano grandi blocchi regolari e li si ricopriva con un misto di paglia e neve, una sorta di isolante naturale che impediva ai blocchi di ghiaccio di aderire uno all’ altro e di sciogliersi. Attraverso un’apertura praticata sul soffitto della ghiacciaia (giasèra), i blocchi venivano fatti scivolare all’interno.
La giasèra era un luogo quasi ancestrale: interamente scavata nel tufo, fresca con temperatura costante, sembrava una grotta custodita dal tempo. Si entrava da una porta e una scala, anch’essa ricavata dalla roccia, scendeva verso il cuore della montagna. Lì, nel buio e nella quiete, il ghiaccio riposava per mesi, protetto dalla temperatura costante e dall’abilità di chi lo aveva preparato.
Quel ghiaccio diventava una risorsa preziosa. Veniva venduto ai macellai e agli alberghi. Ma non si fermava tutto in paese: caricati su carri e poi sui vagoni del treno, i blocchi raggiungevano Borgo San Dalmazzo e Cuneo, portando un pezzo di montagna in pianura.
L’ultimo a praticare questo antico mestiere era conosciuto da tutti come Bastiàn dla giåsa. Figura robusta, mani segnate dal lavoro, era l’erede di una tradizione particolare. Conoscere ogni segreto del ghiaccio, il momento giusto per tagliarlo, il suono che doveva fare, la quantità di paglia necessaria per conservarlo. Per molti Bastiàn rappresentava un legame vivente con un’epoca in cui la sopravvivenza dipendeva dall’ingegno e dalla capacità di lavorare con ciò che la natura offriva.
Oggi di quel mondo rimangono alcune foto e le memorie raccolte nei ricordi dei famigliari. Il nome di Bastiàn dla giåsa circola ancora tra le vie di Limone, come una voce gentile che ricorda un tempo in cui il ghiaccio non usciva da un elettrodomestico, ma dalle mani pazienti di chi sapeva capire l’inverno.
Foto di ©Giacomo Bellone
Foto di ©Giacomo Bellone
Foto di ©Giacomo Bellone
Foto di ©Giacomo Bellone
Foto di ©Giacomo Bellone
Foto di ©Giacomo Bellone
Bastiàn dla giåsa
Angaraudårse...
...
Tsåstrule - Foto di ©Giacomo Bellone
Garàude - Foto di ©Vanda Chiappero
Valàntse o bùire
Un tempo, quando le nevicate erano abbondanti, le valanghe (valàntsa= valanga; bùira= slavina, valanga di minor entità) martoriavano la comunità causando gravi danni e perdite di vite umane, come testimoniato anche dai numerosi ex voto presenti nelle cappelle delle vallate limonesi. Di seguito riportiamo una serie di notizie storiche in ordine cronologico. Un profondo ringraziamento va a Marco Bellone per il suo prezioso lavoro di ricerca nell’archivio comunale e per aver trascritto e reso disponibili i quaderni di Marro Giovanni Battista (1902-1985), barbiere che gestiva con il fratello Felice la bottega in piazza del Municipio. I quaderni ammontano a una dozzina e offrono una cronaca dettagliata di Limone tra il 1934 e il 1976, con un monitoraggio delle precipitazioni nevose poi proseguito da Francesco Tosello (Cichìn 'd Maté)(1922-2017).
Anno 1520: il 17 di gennaio, in seguito ad una smisurata quantità di neve, il borgo di Limone fu in parte rovinato da un'enorme valanga che si staccò ad un tratto dalla superiore balza di Codissart (Cunissård), il vallone che dal Monte Vecchio (Munt Več) scende su Limone. La notizia è tratta dalla Storia delle Alpi Marittime di Pietro Gioffredo scritta nel Seicento ma pubblicata nel 1839. Riportiamo il testo integrale: "Fu l’inverno di quest’anno (1520) più rigido e più aspro dell’ordinario, e cascò sì gran copia di neve, che nel luogo di Limone spiccatasi il 17 gennaio una valanca dalla montagna di Codissart soprastante alla terra, discendendo sopra di quella vi fece molto danno, atterrando molte case, come consta da una iscrizione che per memoria del successo si legge nella Chiesa parrocchiale d’esso luogo. Al qual proposito scrive Pietro Antonio Boiero, essergli poco sotto Limone stato mostrato un sasso di grossezza smisurata, cioè piu’ di due tinacci da pestar uve, che dalla forza di una valanca fatto sbalzare dalla valle, che resta a settentrione del fiume Vermenagna, era portato di qua, dove ancora si vede ai nostri giorni con meraviglia dei passeggeri”. Questo gran masso, visibile ancora oggi, è chiamato pàira sarvåna ed è descritto nella sezione Poesie.
Dopo un vuoto documentale di oltre due secoli, le cronache riprendono grazie ai documenti conservati nell’Archivio Storico del Comune di Limone Piemonte (faldone n. 13).
Anno 1755 - Il giorno 20 marzo, di mattina, cadeva dal Morin (Murìn), del Vallone Sottano una straordinaria vallanca la quale atterrò la cappella di S. Bernardo e si spense sotto la rocca, e si portò a finire nel monte detto della Malaterra al di là della strada reggia. La mattina dello stesso giorno se ne spiccò altra dal monte Vecchio, quale si portò ad occupare tutto il prato del Battandaro (Batandèr) e se saltava sopra del vallone di Conissard (Cunissård) veniva infine nella villa. La stessa mattina, cadette altra dai monti dell’Armellina, ed avendo sotterrato i tetti sottani di detto vallone, restarono ivi soffocate tre persone della famiglia di Antonino Bellone alias Bràiia, dieci bovine e trenta pecore. La stessa mattina cadette altra dai monti dell’Arpiola e si portò ad atterrare una fenera e stalla, con tre bovine rimaste morte, alli tetti detti deli Aliùn, esistenti sotto la rocca, proprio d'essa fenera, stalla, bovine del sig. Chirurgo Gio. Maria Viale. La stessa mattina cadette altra da monti esistenti nel vallone dei Gherra (Gàra), quale atterrò più di giornate 20 di bosco di faggio d’alto fusto e venne a finire al ponte di Rotolao (Rutulàu). La stessa mattina se ne staccò altra formidabile dei monti di Giosoletta esistenti al di sopra delle Crotasse quale passando in vicinanza de tetti delle Crotasse (Curtåse) atterrò una casa e restarono ivi sepolti ancor in letto Anna giugati Toselli fu Marco prima e discendendo nel vallone e da evi impetuosamente ascendendo fino al di sopra della strada R.a (Reggia) quasi in vicinanza del serro del guado, atterro’ tutti li tetti Bottero posti poco sotto la strada R.a, et ivi restarono sepolte, ed estinte tredici persone tra capi di casa, ed altre delle famiglie del fu Gio. Batta Tosello Lizèt, fu Stefano Dalmasso Gherra detto Bindèl, e di Giuseppe Botterotto. La moglie del quale nominata Maddalena dopo tre giorni essendo accorsa molta gente, e dopo un gran travaglio fu ancor estratta viva stata coperta e difesa da un legno ed una gratta di bosco, che ha impedito la caduta del materiale in quel posto, ove vi trovo’ il letto, ed ancor in esso detenuta, ed e’ ancor la mede(si)ma attualmente vivente, sana, robusta. Sotto dette rovine, rimasero pur morte molte bestie bovine di particolari, indi detta vallanca cadette da detti di Botterossi dopo d’ aver fatta detta strage, e venne a finire con gran stupore al ponte di Rotolao. La stessa mattina cadette altra (valanga) dal monte della Cabanairotta (Cabanåira) nel vallone della Panice, e venne sino nel piano del Tetto detto della Signora, ed atterrò un caseggio dei Tetti detti dei Gris situati sopra quello della Signora, e soffocò un figlio di Vincenzo Dalmasso detto Piàttas. E queste erano tutte vallanche formidabili non mai piu’ vedute, ne’ sentite che parevano montagne et ancora perdurano a tutto questo mese, avendo devastati tutti li fondi, sui quali sono cadute senza la speranza di raccolto anche qualche anno, per averli ingiairiti ed impietriti e resi di difficile coltura. La stessa mattina, cadette altra dal monte di San Salvùr, che avendo atterrato le chiabotte della Valletta (Valàtta), sormontò il Castellazzo (Bec Agüs), e si portò fino nei prati del Murtìs, e fu un miracolo che non sia caduta nel vallone di San Gio(vanni) in qual caso avrebbero patito i Tetti degli Enri e gli abitanti. La stessa mattina, cadette altra vallanca dai monti di Palanfrè villaggio di Vernante ed avendo atterrato molti tetti di detto vallone, la Cappella e li tetti dei Folchi, restarono soffocate e morte in quarantadue persone, e scamparono sette persone col cappellano di detto vallone e quanti si trovarono in una grotta voltata e furono poi estratti vivi a forza di gran gente e travaglio. Limone il primo Giugno 1755. Mattone Seg.ro
Aggiunge Giovanni Battista Marro, barbiere:
Il 26 marzo 1755, sono sepolti insieme 12 cadaveri, vittime delle valanghe cadute in seguito ad una nevicata che, si afferma, fu certamente la maggiore e più disastrosa tra quelle del settecento e che i nostri archivi ricordino. Infatti nelle valli d’Aosta, Lanzo, Susa, Savoia e Nizza si ebbero allora parecchie centinaia di vittime della neve. (In particolare, la valanga del 19 marzo 1755 a Bergemoletto in valle Stura divenne oggetto di studio e di narrativa, NdR)
Sempre Marro riporta per gli anni successivi:
Anno 1756 - 21 febbraio, a Pietra Armellina (Almlìnna), fu travolto da una frana (conseguenza indiretta della rigida invernata precedente fu questo scoscendimento) Paolino Mattone; ma soltanto il 28 luglio poterono recuperarsi la testa ed alcune ossa; il resto del misero cadavere, spappolato dai sassi, non poté in alcun modo ricomporsi insieme.
Anno 1817 - Una valanga distrugge la cappella di San Francesco. Essa era eretta sul bordo della strada che conduce alle Collette (Culàtte), nelle adiacenze del ponticello sovrastante il Valleggia e che attualmente ancora si chiama 'Ponte di San Francesco'. Fino al presente la detta cappella non è stata riedificata.
Anno 1845 - Da don Bertini Giovanni, parroco di Limonetto: “frequenti valanghe una delle quali coperse totalmente la così detta 'Serra' dalla parte di Tenda e vi restarono tre lavoranti, dei quali due furono estratti morti, e l’altro dopo tre giorni pure soccombette dietro l’amputazione delle fracassate e gelate gambe.”
Anno 1850 - Il 15 gennaio, nove uomini abitanti a San Maurizio, venivano investiti e sepolti, mentre rincasavano, da una valanga staccatasi dal Monte Vecchio (valanga del 'battandaro/Batandèr' ). Uno solo fu estratto ancora in vita, gli altri otto si estrassero tutti cadaveri. Tosello Giovanni Battista di anni 25 - Giordano Costanzo di anni 31 - Marro Giacomo di anni 46 - Giordano Michele di anni 16 - Giordano Vincenzo di anni 20 - Giordano Bartolomeo di anni 23 - Marro Giovanni di anni 19 - Marro Giuseppe di anni 22.
Foto di ©Giacomo Bellone
Foto di ©Giacomo Bellone
Anno 1855 - Da don Bertini Giovanni, parroco di Limonetto: “valanga di neve che portò via sino a terra il muro sottostante il cimitero.”
Anno 1867 - il 21 gennaio, da don Bertini, parroco di Limonetto: "rimarchevole fu la valanga caduta superiormente alla così detta Ca, nel giorno 21 gennaio, sotto cui restarono due muli e due uomini, cioè Viale Giuseppe di Giovanni detto 'il Cobiarti' , ed il cantoniere Tosello Lorenzo di Luigi, detto 'Gàrri'”.
Anno 1870 - il 23 gennaio, dal Monte Vecchio cadeva una valanga di proporzioni voluminose che, sorpassando il fiume Vermenagna, il cimitero ed il torrente Valleggia, andava a fermarsi vicino alla strada statale (a quei tempi non esisteva ancora la circonvallazione, La strada statale era costituita dal quello che è ora Corso Torino, e passava nel centro del paese, NdR). Fortunatamente non vi furono vittime, né danni eccetto quelli che ebbe il cimitero il quale fu colpito in pieno. (N,B; si tratta del cimitero vecchio chiuso alle sepolture nell’anno 1974, NdR). In particolare, la colossale valanga investiva due feretri (che da alcuni giorni trovavansi deposti provvisoriamente nella sala mortuaria in attesa di essere sepolti non appena avesse cessato di nevicare) e li trasportava oltre il Valleggia, cioè sin dove aveva termine la corsa paurosa della valanga. (Questo luogo viene ancora individuato dagli anziani del luogo con il nome: La Morta, NdR).
Anno 1896 - Il 20 gennaio, cadevano quattro valanghe facendo complessivamente cinque vittime danneggiando bestiami e fabbricati. Una di esse scendeva dal cocuzzo Maschetta (Mascàtta), colpendo in pieno nel sito denominato 'cantiere' (Cantié) e adiacente la ferrovia, una abitazione in cui trovavano la morte una donna e una sua figliuola di circa quindici anni. (si tratta del luogo nell’attuale zona Rivalta dove c'è il passaggio a livello della ferrovia, NdR). La seconda cadeva in regione Fantino e si abbatteva su un’altra abitazione ove faceva vittime 2 ragazze, sorelle, una di 17 e l’altra di 21 la quale ultima doveva sposarsi pochi giorni dopo. La terza valanga si staccava nella località Catalìn e investiva un casolare, situato in regione Mecc (Gi Mač), seppellendo una bambina di circa sette anni che fu estratta cadavere, La quarta valanga, venendo giù dalla località Camilla, attraversava, appena oltrepassata la curva della “Riva Alta” (Rivàuta) la strada nazionale ed investiva lo spartineve ed i muli adibiti al traino, di cui uno fu vittima. Miracolosamente i mulattieri e gli sgombratori di neve ne uscirono tutti incolumi. Il giorno dopo, una serie di cinque cadaveri fu portata al cimitero con solenni funerali ai quali prese parte, commossa ed addolorata, l’intiera popolazione di Limone.
Foto di ©Giacomo Bellone
Foto di ©Giacomo Bellone
Foto di ©Giacomo Bellone
Da qui in avanti alle memorie del Marro aggiungiamo quelle di Francesco Tosello (Cichìn 'd Maté) che distinguiamo in blu.
Anno 1907 o 1908 - Una valanga si stacca dal Monte Vecchio, raggiunge il casolare ai piedi della cappella di San Maurizio, uccide due mucche e ferisce un bimbo nella culla: Marro Antonio che per tutta la vita, porterà sul labbro una vistosa cicatrice causata dalla valanga.
Anno 1911 - L’ otto marzo, a San Maurizio, cadeva una valanga staccatasi dal monte Vecchio e di abbatteva su di un casolare abitato dalla famiglia di Antonio Marro Titùn. Delle nove persone sepolte, otto furono tratte in salvo ed una bambina fu estratta cadavere. Danni ebbero pure il bestiame e l’abitazione. La cappella di san Maurizio che trovasi poco lungi dal casolare investito, fu scoperchiata per il forte spostamento d’aria che vi fu nell’istante in cui si abbattè tale valanga.
Anno 1919 - il 6 gennaio, verso le ore sette, cadeva una valanga dal monte Morino (Murìn) e colpiva in pieno la stazione ferroviaria, seppellendo otto persone le quali attendevano il treno che doveva arrivare da San Dalmazzo di Tenda. Tutte però miracolosamente furono tratte in salvo. Da notare che fino al giorno 3 non vi era neppure un centimetro di neve; cominciò a nevicare soltanto alla sera del 3 di gennaio. Cosa questa eccezionalissima per Limone; infatti raramente si verificano inverni cosi’ tardivi, non si ricorda l’eguale.
Anno 1924 - il 19 dicembre, dalla montagna denominata Cros, cadeva una valanga che investiva cinque contadini intenti ad aprire una strada fra la neve per scendere il fieno dalla montagna. Quattro se la cavavano con lievi conseguenze, ma il quinto, Tommaso Astegiano di Stefano Verd d’anni 19, rimase gravemente ferito alla testa. Soccorso e trasportato a casa sua, decedeva il giorno seguente senza aver ripreso conoscenza.
Anno 1929 - Alta valle Roya, due enormi valanghe si staccano contemporaneamente, una dal forte Tabùrda e l’altra dal forte Margheria e invadono la statale in località Pùntsa con un'altezza di neve di 17 metri.
Anno 1930 - Una valanga si stacca dalla sommità del vallone Fantino (lu Fantìn) e raggiunge la strada nazionale presso il ponte di Tàccu ora ponte zona Fantino.
Anno 1935 - Una valanga si stacca dalla Ciapèra e Bandia a nord di Limonetto e distrugge le casermette che sorgevano ove ora vi sono i parcheggi. Un’altra valanga dalla sommità del vallone Mugnìn raggiunge i due ponti sottostanti la cappella di Sant’Anna invadendo prati e campi sotto i tetti Aliùn.
Anno 1948 - 14 aprile, alta valle Roya: una valanga staccatasi dal forte Centrale, spazza via la cascina Cannella, sita a 100 metri sopra l’imbocco della galleria del colle di Tenda e ivi esistente da 300 anni.
Anno 1956 - Alta valle Roya - una valanga staccatasi dal Forte Centrale e dalla bassa di Tabùrda, sfiora la casa cantoniera (la Pùntsa) e porta via i silos sottostanti fino al fondo ai tornanti. Detti silos servivano per la costruzione del nuovo tratto di strada che sostituisce i numerosi e stretti tornanti precedenti.
Lunedì 26 marzo. Cessa finalmente il cattivo tempo e ritorna il sole. Ha nevicato esattamente per una settimana intiera: da lunedì 19 a domenica 25. Si misurano cm. 220 ed il giorno 23 si debbono spalare i tetti. Qua e là cadono valanghe. Nel secondo tratto della seggiovia del Cros se ne verifica una di vaste proporzioni. Abbatte quattro piloni della seggiovia arrecando danni gravi di qualche milione (22 aprile: una valanga staccatasi dalla sommità del vallone del Cros, porta via per la seconda volta, il secondo tratto della seggiovia del Cros). La strada che porta al foro di Tenda è bloccata per tre giorni da una pista alta circa mezzo metro che impedisce il transito delle macchine. Al foro di Tenda si misurano circa 4 metri di neve. Io non mi ricordo che in marzo abbiano fatte nevicate così copiose come questa.
Anno 1960 - Una valanga si stacca dal Monte Vecchio, passa il torrente Vermenagna, invade la statale e sfiora il ciabòt Burtèla
Anno 1963 - 5 gennaio: una valanga si stacca a sinistra dell’ attuale arrivo della seggiovia Cabanaira, trascina a valle per centinaia di metri l’operaio Blangero Antonio della Società Tre Amis, uccidendolo e ferma la sua corsa presso i Tetti Lis. Domenica 6 gennaio. Si riprendono stamani le ricerche per ritrovare il corpo del Blangero sepolto ieri da una valanga. Le perlustrazioni continuano per tutta la mattinata e si protraggono nel pomeriggio. Vi sono pure cani poliziotti che vi collaborano. Finalmente verso le 16, sotto uno spessore di circa un metro e mezzo di neve, il corpo esanime dello sventurato giovane viene rinvenuto con le membra ormai indurite dal gelo. Il poveretto è trasportato a valle con una slitta, successivamente, con una jeep dei carabinieri, lo portano all’ospedale di Limone per le constatazioni di legge. Domani, lunedì avranno luogo i funerali.
Anno 1966 o 1967 - Una valanga si stacca dalla sommità del Tetto Catalìn, raggiunge il condominio Rio e sfonda due appartamenti.
Anno 1968 - Una valanga si stacca dalla sommità dei tetti Catalìn, e giunge fino in località Rondò presso la strada romana, il che vuol dire che riempì il torrente Vermenagna, lì assai incassato, e rimontò dalla parte opposta della valle. Una valanga si stacca a destra del Tetto Dzitùn, raggiunge villa Bima, il distributore di benzina e un lato del condominio Rivalta, entrando nell’appartamento di certo Boselli Valentino. Una valanga si stacca dal secondo canalone di Monte Murìn, porta via la tettoia in muratura del 2° condominio Le Gemelle n° civico 21 di Via Almellina ostruisce gli alloggi ai piani bassi e ostruisce la via omonima.
Anno 1970 - Gennaio, cadono 5 slavine sulla statale e 8 sulla ferrovia
Anno 1971 - Sabato 26 gennaio. Una mortale sciagura avviene verso le ore 16.45 nella zona 'Tre Amis'. Il direttore degli impianti sportivi di detta zona, Giorgio Armand di 36 anni, viene sepolto da una slavina nei pressi dello skilift Pancani, poco oltre i 2000 metri di quota. Egli, con un amico sciatore francese, sta scendendo per un tratto lungo la via normale ed il seguito fuori pista, col proposito di deviare verso la pista della Cresta. La disgrazia improvvisa accade precisamente in questo tratto. La slavina, non di grandi dimensioni, colpisce in pieno l’Armand che precipita all’ingiù per una ventina di metri, in un turbine di neve. Il francese, sfiorato dalla tragedia, invoca aiuto. Accorrono molte persone. Un bastoncino e la punta di uno sci affiorano dalla neve. Quindi riportare alla superficie l’Armand non è difficile. Il giovane però è cianotico in viso, ha il polso debolissimo. Per circa un’ora gli viene praticata la respirazione artificiale. Ma tutto è inutile.
Anno 1972 - Una valanga si stacca dalle pendici della Bisalta e tenendo il raggio delle due vallate raggiunge e danneggia parzialmente la scuola di San Bernardo. Una valanga si stacca dal monte Vecchio, versante miniera, investe parzialmente l’hotel San Carlo, porta via una vettura lì posteggiata fin oltre il torrente, risparmia per miracolo alcuni ospiti protetti da una paratia di plastica ed invade alcuni locali. Nella discesa si trascina dietro lo skilift dei Miàn. 22 febbraio: una valanga si stacca dalla sommità del valloni Giosolette (Giuzulàtte), giunge a lambire il tetto Bottero di Limonetto e prosegue fino in località Rondò. 14 marzo: una valanga si stacca dalla punta della Cabanåira, raggiunge il piazzale antistante l’entrata della galleria del Tenda, distrugge la stazione di partenza dello skilift Tre Amis, trancia un palo dell’alta tensione e si arresta nel vallone sottostante lo chalet gestito dalla signora Bot. Una valanga si stacca dal Monte Murìn, oltre Tetto Galìn, sfonda un appartamento dei 1° condomonio Le Gemelle e risparmia per miracolo le persone presenti.
Foto di ©Giacomo Bellone
Foto di ©Giacomo Bellone
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La nivèra
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Foto di ©Giacomo Bellone
Foto di ©Giacomo Bellone
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Foto di ©Antonella Bottero (2008)
Foto di ©Antonella Bottero (2008) https://www.flickr.com/photos/cielomiomarito/3427858903/in/album-72157623313061824