Abaìia o Baìia
Si ringraziano Marco Bellone e Giacomo Bellone (Burtèla) per la documentazione fotografica
Si ringraziano Marco Bellone e Giacomo Bellone (Burtèla) per la documentazione fotografica
L'Abaìia o Baìia (con varianti grafiche come Abbaìa, Abbaiya, Baiya, Baya, Baìa) è stata storicamente la festa della Compagnia di Sant'Eligio, la cui ricorrenza è celebrata dalla Chiesa il 1° dicembre. Sant'Eligio, al secolo Éloi de Noyon (588 - 660), fu dapprima orafo e poi funzionario presso la corte dei re merovingi, divenendo il protettore di orafi, veterinari, maniscalchi e carrettieri. Quest'ultime due professioni erano particolarmente attive a Limone, specialmente prima dell'apertura del traforo stradale, consentendo il passaggio di merci e viaggiatori attraverso il Colle di Tenda (all'epoca chiamato Cornio), specialmente durante i rigidi mesi invernali.
Il termine "badìa" deriva dal lessico monastico e veniva utilizzato per indicare le associazioni giovanili tardo-medievali. Le badìe rappresentavano un contraltare laico alle confraternite religiose e fungevano da metafora rituale popolare delle tre istituzioni più importanti dell'epoca (religiosa, militare e politica). Svolgevano un ruolo fondamentale nell'organizzazione delle feste comunitarie ordinarie, molte delle quali, nel tempo, sono state poi state integrate nelle celebrazioni religiose. Le badìe erano caratterizzate da una struttura gerarchica al cui vertice si trovava generalmente l'Abbà (Abate), ossia una figura di spicco con responsabilità economiche e sociali. Tra le mansioni dell'Abbà rientravano infatti l'ammissione e l'espulsione dei membri, la gestione delle celebrazioni e il coordinamento della comunità durante le festività o in altre occasioni significative.
In particolare, oltre che a Limone, anche a Vernante e a Tenda esistevano compagnie indipendenti dedicate a Sant'Eligio: le corporazioni di mulattieri di entrambi i versanti prosperavano infatti grazie al transito attraverso il Colle. In cambio del loro privilegio, con tariffe stabilite dalle Regie Patenti emanate nel 1788 da Vittorio Amedeo III di Savoia, i mulattieri avevano l'obbligo di garantire il passaggio, sia d'estate che d'inverno. Il regolamento sabaudo, estremamente dettagliato, sanciva l'importanza della strada, da poco rimodernata, per l'economia statale ossia per l'accesso al porto di Nizza, e si prefiggeva di disciplinare il flusso di merci e viaggiatori ponendo fine agli abusi dei "passeurs" non accreditati. I professionisti registrati svolgevano quindi le loro mansioni secondo turni stabiliti dai rispettivi Direttori di Tenda e Limone. Le tariffe variavano in base all'importanza al servizio richiesto (numero di viaggiatori, peso dei bagagli, ecc...) e alla stagione (le tariffe del periodo maggio-ottobre erano significativamente più basse rispetto a novembre-aprile). In questo contesto le Compagnie di Sant'Eligio esercitavano una missione di mutuo soccorso, sia in ambito professionale che privato. In particolare, concedevano prestiti per la sostituzione dei muli e impiegavano giovani in cerca di lavoro. Ogni anno veniva eletto un priore, responsabile della gestione della proprietà e della cassa, finanziata da contributi, donazioni e lasciti.
Le poche immagini d'epoca giunte fino a noi rivelano una festa dell'Abaìia di Sant'Eligio sontuosa, con divise eleganti, monili e finimenti sfarzosi per i muli, in forte analogia con le coeve fotografie della stessa festa celebrata a Tenda, nella cui Collegiale di Nostra Signora Assunta si conservano un altare e due tele dedicati al santo.
Altare di Sant'Eligio con pala raffigurante Sant'Eligio e Sant'Agata (su commissione dalla Compagnia di Sant'Eligio, 1736) e tela raffigurante un mulo ferito con il mulattiere devoto a Sant'Eligio, entrambi nella Collegiata di Nostra Signora dell'Assunzione, Tenda (FR)
Particolari dai due dipinti: ferri di Sant'Eligio e mammella di sant'Agata; panorama di Tenda in direzione del colle; zampa ferita
Tra le poche notizie storiche sull'Abaìia di Limone, le fonti registrano che nell'agosto del 1809 papa Pio VII valicò il Colle di Tenda e raggiunse il paese dove fu accolto "dai sacerdoti, dal sindaco e consiglieri, dalla gendarmeria e dalla Abbaìa al completo". Lo storico Goffredo Casalis, nel suo "Dizionario Geografico Storico-Statistico-Commerciale degli Stati di S. M. il Re di Sardegna" (1833-1855), riporta che la festa di Sant'Eligio a Limone si teneva la prima domenica di luglio presso una cappella intitolata al santo, ubicata all'interno della chiesa parrocchiale di Limone. La cerimonia era curata da una società di "trafficanti e mulattieri" che, già all'epoca della stesura del dizionario, appariva poco numerosa a causa del declino del commercio. Sempre secondo il Casalis, il giorno della festa, i membri della società si radunavano nella casa del loro capo, chiamato Abbà. Da lì, per recarsi in chiesa, montavano dei bardotti ben adorni e si avviavano preceduti da due alabardieri e da musica strumentale. L'Abbà, in testa, procedeva sostenendo l'insegna del patrono, seguito dai membri della Compagnia. Il cappello dei soci aveva una piuma cremisi fissata con seta in oro, mentre il cappello dell'Abbà era interamente ornato di tale piuma. Dopo aver partecipato alla funzione religiosa, al suono delle campane a tribaldetta, di strumenti musicali e al rimbombo delle castagnette ("non sono altro, che una certa dose di polvere in carta di tarocco da ripetuti giri di spago rinserrata", in sostituzione dei mortaretti per evitare gli scoppi), venivano nominati i nuovi ufficiali sul sagrato della chiesa. Il vecchio Abbà cedeva quindi il "cappello abbaziale" e lo stendardo al nuovo Abbà. Quest'ultimo invitava il clero, le autorità civili e i forestieri ad unirsi alla comitiva per un rinfresco a casa sua. Dopodiché tutti si avviavano al vespro, concluso il quale, la cavalcata compiva il giro delle principali contrade, facendo tappa solitamente davanti alla casa di ogni socio che offriva a sua volta cibi e bevande, per poi riportare infine il sacro stendardo al suo posto.
A Limone, oltre all'associazione di Sant'Eligio dei mulattieri, esisteva però anche la Compagnia di San Secondo. Quest'ultima radunava i braccianti e i pastori, organizzando una propria festa dell'Abaìa, a vocazione più popolare e campestre. L'attuale rievocazione storica pare aver preso maggiore spunto da quest'ultima tradizione. Dimenticata ormai da decenni, la festa in costume dell'Abaìia è stata infatti reintrodotta nel 1970 e fatta coincidere con la festa di San Secondo, celebrata a Limone l'ultima domenica di agosto (canonicamente San Secondo di Ventimiglia è ricordato il 26 Agosto). La corrente versione dell'Abaìia è organizzata dal Gruppo Folkloristico dell'Abaìia di San Secondo e comprende un corteo e una cerimonia di rinnovo delle cariche con l'investitura del nuovo Abbà, seguiti da balli tradizionali.
A differenza della "Baìo" di Sampeyre (CN), rievocata ogni cinque anni nelle prime settimane di febbraio con personaggi e riti che commemorano la cacciata dei Saraceni sul finire del X secolo, le Abaìie di Limone non presenterebbero tale collegamento storico, che forse potrebbe invece essere individuato in alcuni personaggi del carnevale.
L'Abaìia di Sant'Eligio - 1913
Cavaliere di Sant'Eligio - 1922
1922
L'Abaìia di San Secondo
L'Abate e l'Abadessa
The Abbot and the Abbess
I barrocciai
The draymen
I sergentini
Little sergeants
Le coppie
The couples
Cappello a due punte
The bicorne hat
La Tsansùn d' l'Abaìia
Rit. L’è la fèsta d' l'Abaìia
lu ritùrn d' l'alegrìa.
Pòuri, sniùr e dismantiå
i vàn tüts a cå d' l'Abå
Lu sciål d' sàiia d' la Badàssa
berlüzant d'or e d' fiùr
l’è l'emblema acàl d' la blàssa
dal cumàrsi e fin d' l'amùr
Rit. L’è la fèsta d' l'Abaìia...
Cìgi in bütta la cucårda
biànca rùsa e triculùr,
sardzantìn cun l'alabårda
cun l'alüm al fåi l'unùr
Rit. L’è la fèsta d' l'Abaìia...
LA CANZONE DELL'ABAÌIA
Rit. È la festa dell'Abaìia,
il ritorno dell'allegria.
poveri, signori e dimenticati,
vanno tutti a casa dell'Abate
Lo scialle di seta dell'Abadessa
luccicante d'oro e di fiori,
è l'emblema quello della bellezza
del commercio e perfino dell'amore
Rit. È la festa dell'Abaìia...
Lei mi mette la coccarda
bianca, rossa e tricolore;
sergentino con l'alabarda
con il cappello (a due punte) fa l'onore
Rit. È la festa dell'Abaìia...
THE ABAÌIA SONG
Chorus: It's the Abaìia festival,
the return of joy
Poor, noblemen, and forgotten
everyone goes to the Abbot's house
The Abbess's silk shawl
shining with gold and flowers,
It's the emblem of beauty
of commerce and even of love
Chorus: It's the Abaìia festival...
She puts on the cockade
white, red, and tricolored;
little sergeant with the halberd
with his bicorne hat, he pays his respects
Chorus: It's the Abaìia festival...
Dal capitolo CCXXXIX della Legenda aurea di Jacopo da Varagine (circa 1230-1298) con traduzione propria dal latino:
Su Sant'Eligio Vescovo
Il beato Eligio fu originario del territorio della città di Limoges, nato dal padre Eucherio e dalla madre Torrigia. Quando la madre lo aveva ancora in grembo, vide in sogno un'aquila volare sul suo letto che la chiamava per tre volte e le prometteva qualcosa, chissà cosa. Quando si svegliò dalla voce dell'aquila, molto spaventata cominciò a pensare al sogno, a cosa significasse, e quando in seguito si trovò in pericolo durante il parto, mandarono a chiamare un uomo santo, perché venisse a pregare per lei. Quando questi giunse, le disse: "Non temere, madre, perché questo bambino sarà santo e grande nella Chiesa di Dio."
Quando poi fu giovane, suo padre lo fece istruire dagli orafi, e quando ormai conosceva tutta quell'arte, venne in Francia e si unì a un certo artigiano che eseguiva lavori per il re. Un giorno, avendo il re chiesto chi potesse fargli una bellissima sella (o trono) d'oro e d'argento, il maestro di Sant'Eligio gli rispose di aver trovato un artigiano che avrebbe fatto al re tutto ciò che desiderava. E ricevendo dal re una grande massa d'oro, la consegnò a Sant'Eligio, il quale da quello stesso peso fece due bellissime selle e ne portò una al re, trattenendo l'altra per sé. E mentre tutti si meravigliavano della sella, il re lo ricompensò generosamente. Allora Eligio tirò fuori l'altra e la presentò al re dicendo di averne fatta un'altra con l'oro rimasto, e il re, ancor più stupito, gli chiese come avesse potuto farle entrambe con lo stesso quantitativo d'oro. "Beh," disse, "per grazia di Dio." E la sua fama crebbe alla corte del re.
Egli amava tanto i poveri che tutto ciò che poteva, anche fino alla sua nudità, lo donava loro. In seguito, il beato Eligio fu eletto vescovo della chiesa di Noyon dopo Achario, antìstite della stessa città. Ogni giorno, dava ristoro a dodici poveri, e con essi, all'ora opportuna, dava acqua, pane per le mani e tutto ciò che era necessario. Ecco i sarcofagi che egli fabbricò con oro, argento e gemme: quelli di Germano, Severino, Piatone, Quintino, Luciano, Genoveffa, Colomba, Massimiano, Giuliano e, soprattutto, quello del beato Martino vescovo di Tours, con il re dei Franchi Dagoberto che provvedeva alle spese, e il mausoleo del beato Dionigi martire, decorato con mirabile opera, oro e gemme.
Il glorioso prelato morì nel settantesimo anno della sua vita. Quando, un anno dopo, fu traslato dal luogo dove era stato sepolto, fu trovato così bello e incorrotto da sembrare che fosse sempre vissuto nel sepolcro, e, cosa ancor più mirabile, la barba e i capelli, al tempo della sua morte, sembravano essere straordinariamente cresciuti nel sepolcro. (...)
Il seguente racconto è invece tratto dal capitolo LXV del volume Impressions de Voyage en Suisse di Alexandre Dumas padre, pubblicato nel 1840. In tale capitolo, intitolato Comment saint Éloi fut guéri de la vanité, il narratore racconta di essersi imbattuto, a Domodossola, in una processione dedicata a Sant'Eligio. Sorpreso, conoscendo Sant'Eligio solo come orafo e consigliere di Re Dagoberto, decide di informarsi...
En conséquence, je m'adressai au maître de poste, pensant que, pour une tradition de fer à cheval, c'était le meilleur historien qui se pût trouver. Nous commençâmes par faire prix pour la voiture qui devait me conduire de Domo-d'Ossola à Baveno; puis, ce prix fait au double de ce qu'il valait, tant j'étais pressé de revenir à ma procession, j'obtins sur le père d'Oculi les renseignements biographiques suivants. Au reste, voici la tradition telle qu'elle fut transmise dans sa naïveté primordiale et dans sa simplicité primitive; il est inutile de dire que nous n'en garantissons point l'authenticité.
Vers l'an 610, Éloi, qui était alors un jeune maître de vingt-six à vingt-huit ans, habitait la ville de Limoges, située à deux lieues seulement de Cadillac, son pays natal. Dès sa jeunesse, il avait manifesté une grande aptitude pour les arts mécaniques ; mais, comme il n'était pas riche, il lui avait fallu demeurer simple maréchal. Il est vrai qu'il avait fait faire à ce métier de tels progrès, qu'entre ses mains il était presque devenu un art : les fers qu'il forgeait et qu'il était parvenu à confectionner en trois chaudes , s'arrondissaient d'une courbe merveilleusement élégante, et brillaient comme de l'argent poli ; les clous par lesquels il les fixait aux pieds des chevaux étaient taillés en diamants, et eussent pu être enchâssés comme des chatons de bague dans une monture d'or ; cette habileté d'exécution, qui étonnait tout le monde, finit par exalter l'ouvrier lui-même ; la vanité lui tourna la tête, et, oubliant que Dieu nous élève et nous abaisse à sa volonté, il fit faire une enseigne sur laquelle il était représenté ferrant un cheval, avec cette exergue passablement insolente pour ses confrères et blessante pour l'humilité religieuse :
ÉLOI MAÎTRE SUR MAÎTRE, MAÎTRE SUR TOUS
L'inscription fit grande rumeur dès son apparition; et, comme saint Éloi avait surtout affaire à une clientèle de commerçants, de chevaliers et de pèlerins, qui se croisaient incessamment devant sa boutique, l'orgueilleuse enseigne alla bientôt éveiller la susceptibilité des autres maréchaux-ferrants non seulement de la France, mais encore de l'Europe. De tous côtés, s'éleva alors contre l'orgueilleux maître une clameur si grande, qu'elle monta jusqu'au paradis. Le bon Dieu, ne sachant pas d'abord quelle cause l'occasionnait, s'en émut et regarda sur la terre ; ses yeux, qui par hasard étaient tournés vers Limoges, tombèrent sur la fameuse enseigne, et tout lui fut expliqué. De tous les péchés mortels, celui qui a toujours le plus fâché le bon Dieu, c'est l'orgueil : ce fut l'orgueil qui souleva Satan et Nabuchodonosor contre le Seigneur, et le Seigneur foudroya l'un et ôta la raison à l'autre ; aussi Dieu cherchait-il déjà quelle punition il pourrait appliquer au nouvel Aman, lorsque Jésus-Christ, voyant son père préoccupé, lui demanda ce qu'il avait. Dieu lui répondit en lui montrant l'enseigne ; Jésus-Christ la lut.
- Oui, oui, mon père, dit-il, c'est vrai, l'inscription est violente ; mais Éloi est véritablement habile ; seulement, il a oublié que sa force lui vient d'en haut ; mais, à part son orgueil, il est plein de bons principes.
- J'en conviens, dit le bon Dieu, il a d'excellentes qualités ; mais son orgueil les dépasse toutes autant que le cèdre dépasse l'hysope, et il les fera mourir sous son ombre. Avez-vous lu : « Éloi, maître sur maître, maître sur tous ? » C'est un défi, non seulement porté à l'habileté humaine, mais encore à la puissance céleste.
- Eh bien, mon père, que la puissance céleste lui réponde par la bonté et non par la rigueur ; vous voulez la conversion et non la mort du coupable, n'est-ce pas ? Eh bien, je me charge de le convertir.
- Hum ! fit le bon Dieu en secouant la tête, tu te charges là d'une mauvaise besogne.
- Y consentez-vous ? continua Jésus-Christ.
- Tu ne réussiras pas, dit le bon Dieu.
- Laissez-moi toujours essayer.
- Et combien de temps me demandes-tu ?
- Vingt-quatre heures.
- Accordé, dit le Seigneur.
Jésus ne perdit pas de temps. Il dépouilla ses habits divins, revêtit le costume d'un compagnon du devoir, se laissa glisser sur un rayon de soleil, et descendit aux portes de Limoges. Il entra aussitôt dans la ville, la bâton à la main, avec l'apparence d'un homme qui vient de faire une longue route. Ensuite, il alla droit à la maison d'Éloi. Il le trouva forgeant : il en était à la troisième chaude.
- Dieu soit avec vous, maître ! dit Jésus entrant dans la boutique.
- Amen ! répondit Éloi sans le regarder.
- Maître, continua Jésus, je viens de faire mon tour de France, et partout j'ai entendu parler de ta science ; de sorte que, pensant qu'il n'y avait que toi qui pouvais me montrer quelque chose de nouveau...
- Ah ! ah ! fit Éloi en jetant un regard rapide sur lui et en continuant de battre son fer.
- Veux-tu de moi pour compagnon ? reprit humblement Jésus. Je viens t'offrir mes services.
- Et que sais-tu ? dit Éloi, lâchant négligemment le fer auquel il venait de donner le dernier coup de marteau et jetant sa pince.
- Mais, continua Jésus, je sais forger et ferrer aussi bien, je crois, que qui que ce soit au monde.
- Sans exception ? dit dédaigneusement Éloi.
- Sans exception, répondit tranquillement Jésus.
Éloi se mit à rire.
- Que dis-tu de ce fer ? reprit Éloi montrant complaisamment à Jésus celui qu'il venait d'achever.
Jésus le regarda.
- Je dis que ce n'est pas mal ; mais je crois qu'on peut faire mieux.
Éloi se mordit les lèvres.
- Et en combien de chaudes ferais-tu un fer comme celui-là ?
- En une chaude, dit Jésus.
Éloi se mit à rire : comme nous l'avons dit, il lui en fallait trois, à lui, et cinq ou six aux autres ; il crut que le compagnon était fou.
- Et veux-tu me montrer comment tu t'y prends ? dit-il d'un air goguenard.
- Volontiers, maître, répondit Jésus en ramassant tranquillement la pince et en prenant auprès de l'enclume un lingot de fer brut qu'il mit dans la forge.
Puis il fit un signe à Oculi, qui se mit à tirer la corde du soufflet. Le feu, étouffé d'abord sous le charbon, s'élança en petits jets bleus : des millions d'étincelles pétillèrent ; bientôt, la flamme rougissante embrasa l'aliment qui lui était offert : de temps en temps, l'habile compagnon arrosait le foyer, qui, momentanément noirci, reprenait presque aussitôt une nouvelle force et une teinte plus vive ; enfin la braise sembla une matière fondue. Au bout d'un instant, cette lave pâlit, tant toute la partie combustible du charbon était dévorée ; alors Jésus tira du brasier son fer presque blanc, le posa sur l'enclume, et, le tournant d'une main tandis qu'il le frappait et le façonnait de l'autre, en quelques coups de marteau il lui donna une forme et un fini desquels celui d'Éloi était loin d'approcher. La chose avait été si vivement faite, que le pauvre maître sur maître n'y avait vu que du feu.
- Voilà ! dit Jésus-Christ.
Éloi prit le fer dans l'espoir d'y découvrir quelque paille ; mais rien n'y manquait ; aussi, quoique la mauvaise intention y fût, elle ne put trouver prise à en dire la moindre mal.
- Oui, oui, dit-il en le tournant et retournant, oui, pas mal... allons, pour un simple ouvrier, pas mal. Mais, continua-t-il, espérant prendre Jésus en défaut, ce n'est pas tout que de savoir confectionner un fer, il faut encore savoir l'appliquer au pied de l'animal. Tu m'as dit que tu savais ferrer, je crois ?
- Oui, maître, répondit tranquillement Jésus-Christ.
- Mettez le cheval au travail ! cria Éloi à ses garçons.
- Oh ! ce n'est pas la peine, interrompit Jésus ; j'ai une manière à moi qui épargne beaucoup de peine et abrège beaucoup de temps.
- Et quelle est ta manière ? dit Éloi étonné.
- Vous allez voir, répondit Jésus.
À ces mots, il tira un couteau de sa poche, alla au cheval, leva une de ses jambes de derrière, lui coupa le pied gauche à la première jointure, mit le pied dans l'étau, y cloua le fer avec la plus grande facilité, reporta le pied ferré, le rapprocha de la jambe, où il reprit aussitôt, coupa le pied droit, répéta le même cérémonie avec le même succès, continua ainsi pour les deux autres, et cela sans que l'animal parût s'inquiéter le moins du monde de ce que la manière du nouveau compagnon avait d'étrange et d'inusité. Quant à Éloi, il regardait l'opération s'accomplir dans la stupéfaction la plus profonde.
- Voilà, maître, dit Jésus-Christ en recollant le quatrième pied.
- Je vois bien, dit saint Éloi, faisant tous ses efforts pour cacher son étonnement.
- Ne connaissez-vous point cette manière ? continua négligemment Jésus-Christ.
- Si fait, si fait, reprit vivement Éloi, j'en ai entendu parler... mais j'ai toujours préféré l'autre.
- Vous avez tort, celle-ci est plus commode et plus expéditive.
Éloi, comme on le pense bien, n'eut garde de renvoyer un si habile compagnon ; d'ailleurs, il craignait, s'il ne traitait pas avec lui, qu'il ne s'établît dans les environs, et il ne se dissimulait pas que c'était un concurrent redoutable : il fit donc ses conditions, qui furent acceptées, et Jésus fut installé dans la boutique comme premier garçon. Le lendemain matin, Éloi envoya Jésus-Christ faire une tournée dans les villages environnants ; il s'agissait de quelques commissions qui avaient besoin d'être remplies par un messager intelligent. Jésus partit. Il était à peine disparu au tournant de la grande rue, qu'Éloi se prit à songer sérieusement à cette nouvelle manière de ferrer les chevaux, qu'il ne connaissait pas. Il avait suivi l'opération avec le plus grand soin ; il avait remarqué à quelle jointure l'amputation avait été faite. Il ne manquait pas, comme nous l'avons dit, d'une grande confiance en lui-même ; il résolut de profiter de la première occasion qui s'offrirait de mettre à profit la leçon qu'il avait prise. Elle ne tarda pas à se présenter. Au bout d'une heure, un cavalier armé de toutes pièces s'arrêta à la porte d'Éloi ; son cheval s'était déferré d'un pied de derrière à un quart de lieue de la ville, et, attiré par la réputation du maître, il avait piqué droit chez lui. Il venait d'Espagne et retournait en Angleterre, où il avait, à propos de l'écosse, de grandes affaires à régler avec saint Dunstan. Il attacha son cheval à un anneau de fer de la boutique, entra dans un cabaret, et demanda un pot de bière, en recommandant à Éloi de se hâter. Éloi pensa que, puisque la pratique était pressée, c'était le moment de mettre à exécution la manière expéditive dont il avait vu faire la veille un essai qui avait si bien réussi. Il prit son couteau le mieux effilé, lui donna un dernier coup sur sa pierre à rasoir, leva la jambe du cheval, et, prenant le joint avec une grande justesse, il lui coupa le pied au-dessus du sabot. L'opération avait été si habilement faite, que le pauvre animal, qui ne se doutait de rien, n'avait pas eu le temps de s'y opposer, et ne s'était aperçu de l'amputation que par la douleur même qu'elle lui avait causée. Mais alors il poussa un hennissement si plaintif et si douloureux, que son maître se retourna et vit sa monture pouvant à peine se tenir debout sur les trois pieds qui lui restaient et secouant sa quatrième jambe, d'où s'échappaient des flots de sang. Il s'élança du cabaret, se précipita dans la boutique, et trouva Éloi qui ferrait tranquillement le quatrième pied dans son étau ; il crut que le maître était devenu fou. Éloi le rassura, lui disant que c'était une nouvelle manière qu'il avait adoptée, lui montra le fer parfaitement adhérent au sabot, et, sortant de sa boutique, se mit en devoir d'aller recoller le pied au moignon de la jambe comme il l'avait vu faire la veille à son compagnon. Mais il en advint cette fois tout autrement : le pauvre animal qui, depuis dix minutes, perdait tout son sang, était couché sans force et tout près de mourir. Éloi rapprocha le pied de la jambe ; mais, entre ses mains, rien ne reprit, le pied était déjà mort, et le reste du corps ne valait guère mieux. Une sueur froide couvrit le front du maître : il sentit qu'il était perdu, et, ne voulant par survivre à sa réputation, il tira de sa trousse le couteau qui avait si bien rempli son office, et il allait se l'enfoncer dans la poitrine, lorsqu'il sentit qu'on lui arrêtait le bras. Il se retourna : c'était Jésus-Christ. Le divin messager avait achevé ses commissions avec la même promptitude et la même habileté qu'il avait coutume de mettre à tout ce qu'il faisait, et il était de retour deux heures plus tôt que ne l'attendait Éloi.
- Que fais-tu, maître ? lui dit-il d'un ton sévère.
Éloi ne répondit pas, mais montra du doigt le cheval expirant.
- N'est-ce que cela ? dit le Christ.
Et il ramassa le pied et le rapprocha de la jambe, et le sang cessa de couleur, et le pied reprit, et le cheval se releva et hennit de bien-être ; de sorte que, moins la terre rougie, on eût juré qu'il n'était rien arrivé au pauvre animal tout à l'heure si malade, et maintenant si vif et si bien portant. Éloi le regarda un instant, confus et stupéfait, étendit le bras, prit dans sa boutique un marteau, et, brisant son enseigne, il alla à Jésus-Christ, et lui dit humblement :
- C'est toi qui est le maître, et c'est moi qui suis le compagnon.
- Heureux celui qui s'humilie, répondit le Christ d'une voix douce, car il sera élevé !
À cette voix si pure et si harmonieuse, Éloi leva les yeux, et il vit que son compagnon avait le front ceint d'une auréole ; il reconnut Jésus et il tomba à genoux.
- C'est bien, je te pardonne, dit le Christ, car je te crois guéri de ton orgueil ; reste maître sur maître ; mais souviens-toi que c'est moi seul qui suis maître sur tous.
À ces mots, il monta en croupe derrière le cavalier, et disparut avec lui.
Le cavalier était saint Georges.
https://www.comunelimonepiemonte.it/upload/informazioni/storia_curiosita/Casalis.pdf
https://storiamedicinaveterinaria.com/2021/12/01/la-leggenda-di-sant_eligio/
https://www.comunelimonepiemonte.it/upload/informazioni/storia_curiosita/Regie_Patenti_1788.pdf
https://www.provernante.it/cultura/feste-sagre-e-tradizione/
https://www.sainteloitende.fr/son-histoire
https://www.dumaspere.com/pages/bibliotheque/chapitre.php?lid=v8&cid=66