Pasturèla (Gelindo)
Santa Pastorale | Holy Pastoral | Sainte Pastorale
Tradotto in limonasco da | Translated into limonasco by | Traduit en limonasco par
Luigi Riberi, fine XVII secolo (?)
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Luigi Riberi, fine XVII secolo (?)
« ... si esce da questa lettura dispiaciuti che Aristotele, nella sua Poetica, non abbia analizzato anche questo fenomeno teatrale. Ma forse ne parlava nel secondo libro, sulla Commedia, che come è noto non ci è pervenuto ... »
Umberto Eco, nella prefazione al saggio "Gelindo Ritorna" di R. Leydi, 2001
« ...Gelindo è ritornato, e quest’anno proprio in persona e non per metafora, sulla ribalta del Regio per merito dell’Associazione della stampa subalpina. La popolare creazione piemontese è riapparsa nella sua ingenuità bonaria, nella semplicità primitiva e nell’umorismo non triviale né grossolano, ma che emana dalla sanità spirituale e dall’incrollabile ottimismo del paesano. È una incarnazione dello spirito popolare piemontese, di quello del bel tempo antico, quale si conserva nelle ferree Langhe del Monferrato, che si colloca in margine allo svolgersi degli avvenimenti e li chiosa, li commenta, vi partecipa contrapponendo loro la sua particolare visione del mondo e la sua vita di tutti i giorni. Così Gianduja commenta la guerra di Tripoli o la guerra dei Balcani o la guerra attuale, perché Gianduja è sempre attivo nello spirito popolare. Gelindo invece si è cristallizzato nel dramma sacro settecentesco ed ha avuto infinitamente minor fortuna, rimanendo solo nel dialetto come tipo classico del villano scioccone, ma non senza buonsenso, sempre impacciato dinanzi ai casi della vita un po’ fuori del comune. Nel dramma sacro Gelindo è lo spirito popolare che si è impadronito del mistero della nascita del Redentore e lo ha umanizzato ...»
Alfa Gamma (Antonio Gramsci), «Il Grido del Popolo», 1915
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Presentiamo qui la trascrizione e la traduzione in limonasco dell'opera conosciuta a Limone come Pasturèla. A nostro avviso, essa rappresenta una delle più antiche versioni del dramma sacro piemontese della Natività di Cristo, noto con il nome del pastore Gelindo.
Pur rispettando le convenzioni di scrittura del sito, la trascrizione mira a riprodurre il più antico manoscritto (1806), attualmente custodito presso la Biblioteca Civica di Cuneo. Tale copia, non priva di interessanti arcaismi (in particolare, alcuni plurali maschili in -is e femminili in -ai), è intitolata:
Santa Pastorale dell'Adorabil Nascita di Gesù Bambino tradotta dal M° Rev.° D. Riberi Luigi fu Antonio detto Zibra in dialetto limonasco nell'anno MDCCCVI accopiata la presente da Ep. Joannes Centini quondam Iohannis Baptistae vulg. Cat Long.*
In caso di incertezza o di lacune (purtroppo il manoscritto risulta incompleto interrompendosi alla scena V), ci siamo basati su altri tre manoscritti di più recente compilazione. Il primo, del 1837, è appartenuto a Giovanni Battista Toselli (Curièr) e riporta la copertina a stampa del volume apparso nel 1832 presso il libraio Carlo Grosso in Torino dal titolo: Il pastore Gelindo ossia la nascita di Gesù Cristo e la strage degli innocenti con aggiunta di lodi : Rappresentazione sacra. Un altro manoscritto, databile intorno alla fine XIX/inizio XX sec., risulta anonimo ed è intitolato: Pastorella ovvero sia la nascita del nostro Redentore alla capanna di Betlemme. L'ultimo manoscritto riporta invece la data del 1928 e il titolo Pastorella ovvero sia la nascita di Gesù Cristo nella capanna di Betlemme tradotta dal latino e trascritta da Bottero Lena (Mazueràt). Queste tre più recenti copie risultano riconducibili all'archetipo del 1806, che rappresenta anche il più antico oltre che il più corposo documento esistente nella parlata di Limone. La traduzione in limonasco (dal piemontese? dal piemontese+italiano? dall'italiano?) fu realizzata dal sacerdote Luigi Riberi, probabilmente identificabile con uno dei personaggi illustri di Limone citati da Carlo Viale (e dai successivi autori di storia locale) nel testo del 1837 utilizzato da Goffredo Casalis per compilare il Dizionario geografico storico-statistico-commerciale degli Stati di S. M. il Re di Sardegna. Dice il Viale: "Compose pur sul finir del 17. secolo (sic!) le sue prose diverse e latini ed italiani carmi e limonese dialetto ancora quel pronto e ferace ingegno di Riberi e non indegne anche del pubblico altre vergarono in vari argomenti, ma siccome quegli le sue fece in morte incendiare, e nei prenarrati sconvolgimenti, trascurate per lo più la stampa, perderonsi queste, troppo gratuito rimanendo il farne menzione se ne prescinde"). Fortunatamente, sono invece giunte fino a noi quattro copie manoscritte della Pasturèla, le cui riproduzioni fotografiche sono consultabili nella sezione Fonti.
E' storicamente documentato che la drammatizzazione dei testi liturgici ebbe origine verso il X secolo in alcuni centri monastici francesi. I canti intonati durante le funzioni incominciarono infatti ad arricchirsi di scambi teatrali grazie all'innesto dei tropi, ossia di ampliamenti testuali o melodici inseriti in brani preesistenti. Il celebre Quem quaeritis? pasquale è considerato il nucleo di origine dei drammi sacri incentrati sul Santo Sepolcro, così come l'Officium Pastorum quello della tradizione natalizia. Figure umane e popolari quali i pastori venivano così interrogate presso il presepe («Quem quaeritis in praesepe pastores, dicite? Salvatorem Christum, Dominum infantem pannis involutum»), in una rappresentazione ancora pienamente inserita nella celebrazione e officiata in latino. In origine, l'organizzazione dello spazio teatrale ricalcava l'architettura chiesastica: l'azione scenica prendeva vita nella zona sacra dell'altare, di fronte alla platea dei fedeli radunati nelle navate. Diffondendosi in tutta Europa, queste formule conobbero un progressivo ampliamento nel corso dei secoli, varcando anche le soglie delle chiese sotto la spinta delle corporazioni laiche e con una progressiva tendenza ad adottare le lingue volgari. Il rischio di una deriva verso il profano indusse quindi le autorità ecclesiastiche ad emanare disposizioni in materia, e non soltanto in epoca di Controriforma. Ma nemmeno le riforme tridentine riuscirono, del resto, a sopprimere del tutto le "aggiunte" teatrali nella prassi liturgica: ad esempio nelle cattedrali francesi, ancora nel XVII e XVIII secolo, i cerimoniali di Angers, Besançon e Clermont attestavano la persistenza delle pastourelles, termine che, in quest'accezione, qualificava dei brevi scambi tra il cantore e i fanciulli del coro incentrati sul dialogo dei pastori. Parallelamente, e forse proprio a ragione di una certa resistenza ecclesiastica, l'impulso proveniente dalle corporazioni laiche imprimeva un'accelerazione decisiva alla teatralizzazione popolare. Le cronache inglesi di fine XIV secolo documentavano l'attiva partecipazione delle gilde nell'allestimento dei cicli biblici (mystery plays), mentre in Francia si assisteva allo sviluppo dei grandi drammi dei mystères, nei quali la narrazione sacra si intrecciava con spaccati di vita quotidiana. In area catalana, apparivano quindi i prototipi di quei componimenti che nel XVI secolo si sarebbero consolidati come genere letterario sotto il nome di pastorets. Evoluzione dei drammi liturgici medievali, i pastorets sono rappresentazioni popolari natalizie che intrecciano l'evento sacro della Natività con la lotta tra angeli e demoni. Il genere, che si distingue per i dialoghi vivaci e l'inserimento di figure popolari dai risvolti buffi, risulta ancora oggi radicato nell'identità culturale catalana. Si osserva, infine, che sul finire del XVII secolo, furono prodotte in area ligure, forse ad Arenzano, sei sacre rappresentazioni oggi conservate presso la Biblioteca Universitari di Genova, i cui testi recano ciascuno il titolo di Pastorale e la data del 25 dicembre dell'anno di messa in scena, l'ultima risalente al 1691. Annota C. Casareto (1955): "Interessante è il fatto che, fra i vari Pastori con nomi allora in uso, quali Perillo, Mirtillo, Glauco, Aristeo etc., nella terza Pastorale ne compare anche uno chiamato Gelindo. (...); nella nostra Pastorale però Gelindo non ha la parte principale, ed anche l'azione è completamente diversa da quella del dramma piemontese, che verrà conosciuto in Liguria, ed adattato al dialetto ed al costume ligure, solo nel secolo successivo. Sembra perciò più probabile che il nome di Gelindo sia stato attinto da una lauda intitolata: U pastù Gelindo, che veniva cantata in Liguria, nel tempo di Natale, da un cieco con accompagnamento di violino, forse già nel secolo XIV, cioè nel periodo dei "Cantari" esposti sulle pubbliche piazze, secondo quanto sostiene il Cervetto (1903)." E così prosegue: "La prima, la quarta, e la quinta Pastorale sono scritte in una prosa talora semplice, talora assai involuta e stentata, le altre in versi di varia misura, ma lo schema è pressoché il medesimo: un Angelo appare, ad annunciare la nascita del Signore a un gruppo di Pastori, ed essi, dopo averlo udito, sgomenti e felici corrono ad avvisare, i loro compagni; poi tutti insieme si recano da Gesù Bambino ad offrirgli rustici doni e specialmente semplici canti, che eseguono, da soli o in coro, sempre accompagnati dal suono della zampogna. Questi spettacoli, che risultavano così un insieme di recitazione e canto, dovevano essere assai suggestivi, anche se piuttosto semplici e, quasi uguali l'uno all'altro."
Per informazioni dettagliate sul contesto di formazione del dramma sacro piemontese incentrato sulla Natività, nonché sulle diverse redazioni storicamente documentate del Gelindo e sui possibili parallelismi con altre tradizioni (compresa la Cantata dei Pastori napoletana), si rimanda alla bibliografia dedicata. Tra le opere di riferimento segnaliamo, in particolare, Gelindo ritorna di Roberto Leydi (Omega, 2001) e Il "Gelindo" di Rodolfo Renier (Carlo Clausen, 1896). Quest'ultima, attualmente l'unica edizione critica disponibile, colloca la nascita del dramma nel XVII secolo, privilegiandone la versione monferrina. Per più brevi ma interessanti approfondimenti, si vedano anche Sulle tracce del "Gelindo" di M. Chiesa (Studi Piemontesi, 2022) e Il pòvr òm! Gelindo di S. Corino Rovano (il Nome nel testo, 2019).
Ci limitiamo qui a sottolineare, in primo luogo, che la dicitura Pasturèla usata dall'opera Limonese per definire sé stessa trova riscontro in diverse varianti romanze (pastourelle, pastorets, pastorale), appartenenti ad un'area culturale coerente che unisce la Liguria alla Catalogna. In secondo luogo, la versione limonese del Gelindo si distingue dalle redazioni più note per vari motivi:
1) La data di composizione. Il manoscritto del 1806 precede cronologicamente tutte le edizioni a stampa conosciute nonché i manoscritti attualmente accessibili agli studiosi.
2) Il titolo e l'autore/traduttore. Il titolo di Santa Pastorale manifesta l'intento di mantenere l'opera ancora nell'alveo religioso, risultando coerente con la figura del traduttore (e autore?), il canonico Luigi Riberi.
3) L'uso integrale della parlata locale. Tutti i personaggi parlano limonasco tra loro, compresi Maria, Giuseppe e l'angelo. Ciò rappresenta una peculiarità rispetto al contrasto linguistico presente nelle versioni più diffuse e probabilmente posteriori del dramma, dove solo i pastori si esprimono in piemontese mentre gli altri personaggi usano l'italiano.
4) La struttura. Il testo appare più breve rispetto alle versioni maggiormente note del Gelindo e sembra quindi avvicinarsi al 'testo primitivo X' teorizzato da Renier e attribuito da quest’ultimo alla mano di un religioso. Nelle versioni limonesi l'apertura del dramma non prevede la scena del gruppo imperiale né quella della dipartita di Gelindo da Alinda, ma prende avvio direttamente con Giuseppe e Maria in cammino verso Betlemme. Si nota, inoltre, l'assenza del nucleo "parallelo" di pastori (Medoro, Tirsi e Amarilli): nell'elenco dei personaggi (interlocutores) viene infatti indicata espressamente la presenza di un gruppo di pastori non parlanti.
5) Il contenuto. Pur ricalcando nella sostanza le versioni esaminate da Renier, il testo limonese presenta diverse parti dal contenuto inedito e probabilmente non interpolato. Tra queste spicca, ad esempio, il saluto dell’angelo (che occupa l’intera Scena II) l’incipit del quale recita: «O dzàntis furtünåssi 'd sti bèllai vallådai,...». Anche la Scena III, in cui Gelindo compare per la prima volta, appare al contempo più asciutta e più ricca di dettagli pregnanti, dai doni portati dai pastori («manzuns grås e gröš, d’ vàilis, d’ tsabrìnsis, e d’ rižàus...») alle battute che definiscono i rischi per la popolazione durante il censimento («I nu piccaràn, i nu stnågiaràn, e Nuzàutri varré, ncår s'aberginàn d’ubbligasiùn.»).
Pur lasciando le conclusioni al lettore, i tratti fin qui delineati inducono a ipotizzare che la versione limonese del dramma sacro — sinora tralasciata dagli studiosi e caduta nell'oblio — rappresenti un tassello di eccezionale interesse per la storia del teatro subalpino. La sua essenzialità strutturale e l’omogeneità linguistica la accreditano infatti come una delle redazioni potenzialmente più vicine alla forma arcaica e genuina del Gelindo, pur filtrata attraverso la traduzione in limonasco. Questa tesi trova riscontro, a nostro avviso, in due elementi territoriali convergenti riportati anche nel saggio di R. Leydi. Da un lato, come già detto si definivano pastorali alcune sacre rappresentazioni genovesi tardosecentesche, in una delle quali compariva anche Gelindo sebbene non come protagonista; dall'altro, è attestata fino a Novecento inoltrato la persistenza nell'Imperiese e nel Cuneese — in particolare nelle valli Stura e Grana — di sacre rappresentazioni officiate in chiesa durante la notte di Natale, con Gelindo a guidare il gruppo dei pastori. In questo contesto appare illuminante il giudizio di A. Borra: "[le considerazioni di Renier sull'origine del Gelindo] mi inducono a pensare che proprio le sagre dei pastori, le rappresentazioni dell'adorazione alla capanna di Betlemme, parte integrante delle celebrazioni della notte di Natale in molti piccoli centri delle Alpi Marittime, altro non siano che un momento della rappresentazione del Gelindo o, meglio ancora, forse il nucleo teatrale più antico che, solo più tardi, si è ampliato, caricato di nuove scene, di altri episodi e personaggi, fino a raggiungere la definitiva forma scritta nel Seicento." (in Gelindo ritorna. Il teatro popolare sacro tra "reliquie" e riproposte, prefazione a A. Barolo, Folklore monferrino, riedizione Omega 1998).
A conferma del profondo radicamento popolare del dramma sacro nel nostro territorio aggiungiamo una singolare testimonianza. Nel 1841, il medico bovesano Giovanni Giordano diede alle stampe un'opera dal titolo solenne: Le due cattedre della Redenzione, Betlemme e Gerusalemme cioè il Presepio e la Croce; parafrasi drammatica della Sacra Scrittura (Cuneo, tip. Galimberti). L'autore scriveva nella prefazione: "Ma oh quanto fra tutte le circostanze della mia vita, tenera e riconoscente risorge l'idea della madre quando rammento quei beatissimi tempi in cui ella tenendo nella di lei mano la mia ristretta ad una ad una mi spiegava le scene della divina passione, che nella mia prima adolescenza in Boves mia patria veniva rappresentata! E quando rammento quelle dolcissime veglie famigliari ..., ed ivi attenti tutti alla lettura che quella tenerissima madre faceva da me eseguire o del noto Gelindo, oppure di qualche altra sacra drammatica azione che quantunque scritta in modo indecente, sconnessa ed informe — una di queste rappresentazioni trivialissima nelle mani del volgo di cui fu stampata la quarta edizione nel 1813 termina coi seguenti versi: Viva dunque il bel bambin, e facciamoli un bel inchin — sì deliziose le lagrime ci traeva dagli occhi. Circostanze che poi tuttora vivissime fervendo nella mia mente già adulta mi fecero spesso impiegare nella lettura de' sacri libri, e poscia nella compilazione di questi drammi che io tentai di rendere meno indegni del soggetto quelle ore che sopravanzavano all'esercizio del mio ministero". Partendo da tali premesse, Giordano epurò il ruspante Gelindo — sostituito da Eliezer, il servo di Abramo che aveva suggellato con giuramento la ricerca della sposa per Isacco — e gli altri pastori, in favore di più solenni figure veterotestamentarie: Labano, il ricco allevatore noto per la contesa delle greggi con Giacobbe; Milca, matriarca e nonna di Rebecca; Scitrai, il capo delle mandrie di re Davide. Il nuovo dramma ideato da Giordano, intessuto di dialoghi densi di citazioni bibliche, evidentemente non incontrò il favore del pubblico e finì presto nell'oblio.
Ringraziamo la Biblioteca Civica di Cuneo per aver permesso la consultazione e la riproduzione del manoscritto Centino (1806). Grazie a Marco Bellone, proprietario del manoscritto Toselli (1837) – già posseduto da Don Romano Fiandra e ancor prima da Angelo Orsini che lo aveva trascritto digitalmente –, per le riproduzioni dei manoscritti conservati a Limone e per alcune note storiche. Grazie anche ad Angelo Fruttero e Antonio Bellone per aver condiviso, rispettivamente, il manoscritto anonimo (fine XIX/inizio XX sec.) e il manoscritto Bottero (1928). Ringraziamo infine la Biblioteca dell'Accademia delle Scienze di Torino per averci fornito un estratto dell'opera di Giordano (1841), da cui abbiamo ricavato le informazioni sopra riportate.
(*) Ancora nella prima metà del XX secolo, con il nome Catalüc o similare era conosciuta una famiglia che risiedeva proprio al principio della via Capitano Centino (il primo edificio sulla destra scendendo dalla piazza principale).
(**) "fu probabilmente un dramma altomonferrino, in soli tre atti, senza le scene romane, senza le scene erodiane, senza i magi e senza la strage degli innocenti, senza lo sdoppiamento rappresentato dalla comitiva di Medoro e fors'anche senza la scena iniziale (I, 2) fra Gelindo ed Alinda. Questo dramma primitivo della natività era una pura e semplice rappresentazione dell'adorazione dei pastori (Renier, op.cit.)
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EN
We present here the transcription and translation into the Limonese speech (limonasco) of the work known in Limone as the Pasturèla. To our knowledge, it represents one of the oldest versions of the Piedmontese sacred drama of the Nativity of Christ, known by the name of the shepherd "Gelindo."
While respecting the writing conventions of the site, the transcription aims to reproduce the oldest manuscript (1806), currently kept at the Civic Library of Cuneo. This copy, not without interesting archaisms (in particular, some masculine plurals in -is and feminines in -ai), is titled: Santa Pastorale dell'Adorabil Nascita di Gesù Bambino tradotta dal M° Rev.° D. Riberi Luigi fu Antonio detto Zibra in dialetto limonasco nell'anno MDCCCVI accopiata la presente da Ep. Joannes Centini quondam Iohannis Baptistae vulg. Cat Long. In case of uncertainty or gaps (unfortunately, the manuscript is incomplete, breaking off at Scene V), we relied on three other more recently compiled manuscripts. The first, from 1837, belonged to Giovanni Battista Toselli (Curièr) and features the printed cover of the volume published in 1832 by the bookseller Carlo Grosso in Turin titled: Il pastore Gelindo ossia la nascita di Gesù Cristo e la strage degli innocenti con aggiunta di lodi: Rappresentazione sacra. Another manuscript, datable to the end of the 19th/beginning of the 20th century, is anonymous and titled: Pastorella ovvero sia la nascita del nostro Redentore alla capanna di Betlemme. The last manuscript bears the date 1928 and the title Pastorella ovvero sia la nascita di Gesù Cristo nella capanna di Betlemme tradotta dal latino e trascritta da Bottero Lena (Mazueràt). These three more recent copies are traceable to the 1806 archetype, which represents the oldest as well as the most substantial existing document in the dialect of Limone.
The translation into limonasco (from Piedmontese? from Piedmontese+Italian? from Italian?) was carried out by the priest Luigi Riberi, probably identifiable with one of the illustrious figures of Limone cited by Carlo Viale (and by subsequent authors of local history) in the 1837 text used by Goffredo Casalis to compile the Dizionario geografico storico-statistico-commerciale degli Stati di S. M. il Re di Sardegna. Viale says: "He also composed at the end of the 17th century (sic!) his various prose and Latin and Italian poems and even the Limone dialect, that prompt and fertile genius of Riberi, and others wrote on various subjects not unworthy of the public; but since he had his works burned upon his death, and in the aforementioned upheavals, mostly neglected by the press, these were lost, making it too gratuitous to mention them if one ignores them." Fortunately, four manuscript copies of the Pasturèla have survived, the photographic reproductions of which can be consulted in the "Sources" section.
For detailed information on the historical context of the formation of the Piedmontese sacred drama centered on the Nativity, as well as on the different historical versions of "Gelindo" and possible parallels with other traditions (including the Neapolitan Cantata dei Pastori), please refer to the dedicated bibliography. We highlight, in particular, the works of R. Leydi (Omega, 2001) and R. Renier (Carlo Clausen, 1896). The latter, to date the only available critical edition, places the birth of the drama in the 17th century, favoring the Monferrato version. For shorter but interesting insights, see also Sulle tracce del "Gelindo" by M. Chiesa in Studi Piemontesi (2022, vol. LI, fasc. 2) and Il pòvr òm! Gelindo by S. Corino Rovano in Il Nome nel testo. Rivista internazionale di onomastica letteraria.
We limit ourselves here to pointing out that the Limone version of "Gelindo" is original for:
The integral use of the local speech. All characters speak limonasco among themselves, including Mary, Joseph, and the angel. This represents a peculiarity compared to the linguistic contrast present in the more widespread and probably later versions of the drama, where only the shepherds express themselves in Piedmontese while the other characters use Italian.
The structure. The narrative appears shorter than the more widespread variants of "Gelindo," perhaps approaching that "primitive text X" hypothesized by Renier and likely drafted by a clergyman. In the Limone versions, the opening of the drama does not include the scene of the imperial group nor that of Gelindo's departure from Alinda, but starts directly with Joseph and Mary on their way to Bethlehem. Furthermore, the absence of the "parallel" group of shepherds composed of Medoro, Tirsi, and Amarilli is noted: in the list of characters (interlocutores), the presence of a group of non-speaking shepherds is expressly indicated.
The content. While substantially following the versions examined by Renier, the Limone text presents several parts with unpublished and probably non-interpolated content. Among these, for example, the angel's greeting stands out (occupying the entire Scene II), the opening of which reads: «O dzàntis furtünåssi 'd sti bèllai vallådai,...». Scene III, in which Gelindo appears for the first time, also appears at once leaner and richer in descriptive details, from the gifts brought by the shepherds («manzuns grås e gröš, d’ vàilis, d’ tsabrìnsis, e d’ rižàus...») to the lines defining the risks for the population during the census («I nu piccaràn, i nu stnågiaràn, e Nuzàutri varré, ncår s'aberginàn d’ubbligasiùn.»).
While leaving the conclusions to the reader, the traits outlined so far suggest that the Limone version of the sacred drama—hitherto overlooked by scholars and fallen into oblivion—represents a piece of exceptional interest for the history of subalpine folk theater. Its structural essentiality and linguistic homogeneity credit it, in fact, as one of the redactions potentially closest to the archaic and genuine form of "Gelindo," though filtered through the translation into limonasco. This thesis finds support, in our opinion, in two converging territorial elements already reported also in the essay by R. Leydi. On the one hand, it is observed that already at the end of the 17th century, in the Genoese area, the term "Pastoral" designated sacred representations in which the character of Gelindo also appeared; on the other hand, the persistence of sacred representations officiated in church during Christmas night is attested until the late 20th century in the Imperia and Cuneo areas—particularly in the Stura and Grana valleys—with Gelindo leading the group of shepherds. In this context, the judgment of A. Borra appears illuminating: "[Renier's considerations on the origin of Gelindo] lead me to think that the shepherds' festivals themselves, the representations of the adoration at the Bethlehem stable, an integral part of the Christmas night celebrations in many small towns of the Maritime Alps, are nothing other than a moment of the representation of Gelindo or, better still, perhaps the oldest theatrical nucleus that, only later, expanded, loaded with new scenes, other episodes and characters, until reaching the definitive written form in the seventeenth century." (in 'Gelindo ritorna'. Il teatro popolare sacro tra 'reliquie' e riproposte, preface to A. Barolo, Folklore monferrino, Omega 1998 reprint).
To confirm the deep popular roots of the sacred drama in our territory, we add a singular testimony. In 1841, the Boves doctor Giovanni Giordano published a work with a solemn title: Le due cattedre della Redenzione, Betlemme e Gerusalemme cioè il Presepio e la Croce; parafrasi drammatica della Sacra Scrittura (Cuneo, tip. Galimberti). The author wrote in the preface: "But oh, how among all the circumstances of my life, tender and grateful the idea of my mother arises when I remember those most blessed times in which she, holding my hand in hers, explained to me one by one the scenes of the divine passion, which in my early adolescence was represented in Boves, my homeland! And when I remember those sweetest family vigils..., and there we were all attentive to the reading that that most tender mother had me perform either of the well-known Gelindo, or of some other sacred dramatic action which, although written in an indecent, disconnected and formless way—one of these most trivial representations in the hands of the common people, of which the fourth edition was printed in 1813, ends with the following verses: Viva dunque il bel bambin, e facciamoli un bel inchin—drew such delightful tears from our eyes. Circumstances that, still very vivid and burning in my now adult mind, often made me employ in the reading of the sacred books, and later in the compilation of these dramas that I tried to make less unworthy of the subject, those hours that remained from the exercise of my ministry". Starting from these premises, Giordano purged the rustic Gelindo—replaced by Eliezer, Abraham's servant who had sealed with an oath the search for Isaac's bride—and the other shepherds, in favor of more solemn Old Testament figures: Laban, the rich breeder known for the dispute over the flocks with Jacob; Milcah, matriarch and grandmother of Rebekah; Shitrai, the head of King David's herds. The new drama conceived by Giordano, woven with dialogues dense with biblical citations, evidently did not meet with public favor and soon ended in oblivion.
We thank the Civic Library of Cuneo for allowing the consultation and reproduction of the Centino manuscript (1806). Thanks to Marco Bellone, owner of the Toselli manuscript (1837)—formerly owned by Don Romano Fiandra and even earlier by Angelo Orsini who had digitally transcribed it—, for the reproductions of the manuscripts kept in Limone and for some historical notes. Thanks also to Angelo Fruttero and Antonio Bellone for sharing, respectively, the anonymous manuscript (late 19th/early 20th century) and the Bottero manuscript (1928). Finally, we thank the Library of the Academy of Sciences of Turin for providing us with an extract of Giordano's work (1841), from which we derived the information reported above.
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FR
Nous présentons ici la transcription et la traduction en limonasco (parler de Limone) de l'œuvre connue à Limone sous le nom de Pasturèla. À notre connaissance, elle représente l'une des plus anciennes versions du drame sacré piémontais de la Nativité du Christ, connu sous le nom du berger « Gelindo ».
Tout en respectant les conventions d'écriture du site, la transcription vise à reproduire le manuscrit le plus ancien (1806), actuellement conservé à la Bibliothèque Civique de Cuneo. Cette copie, qui ne manque pas d'archaïsmes intéressants (en particulier certains pluriels masculins en -is et féminins en -ai), est intitulée : Santa Pastorale dell'Adorabil Nascita di Gesù Bambino tradotta dal M° Rev.° D. Riberi Luigi fu Antonio detto Zibra in dialetto limonasco nell'anno MDCCCVI accopiata la presente da Ep. Joannes Centini quondam Iohannis Baptistae vulg. Cat Long. En cas d'incertitude ou de lacunes (malheureusement le manuscrit est incomplet et s'interrompt à la scène V), nous nous sommes basés sur trois autres manuscrits de compilation plus récente. Le premier, de 1837, a appartenu à Giovanni Battista Toselli (Curièr) et porte la couverture imprimée du volume paru en 1832 chez le libraire Carlo Grosso à Turin sous le titre : Il pastore Gelindo ossia la naissance di Gesù Cristo e la strage degli innocenti con aggiunta di lodi : Rappresentazione sacra. Un autre manuscrit, datable de la fin du XIXe / début du XXe siècle, est anonyme et s'intitule : Pastorella ovvero sia la nascita del nostro Redentore alla capanna di Betlemme. Le dernier manuscrit porte la date de 1928 et le titre Pastorella ovvero sia la nascita di Gesù Cristo nella capanna di Betlemme tradotta dal latino e trascritta da Bottero Lena (Mazueràt). Ces trois copies plus récentes sont rattachables à l'archétype de 1806, qui représente le document le plus ancien et le plus volumineux existant dans le parler de Limone.
La traduction en limonasco (du piémontais ? du piémontais+italien ? de l'italien ?) fut réalisée par le prêtre Luigi Riberi, probablement identifiable à l'un des personnages illustres de Limone cités par Carlo Viale (et par les auteurs d'histoire locale ultérieurs) dans le texte de 1837 utilisé par Goffredo Casalis pour compiler le Dizionario geografico storico-statistico-commerciale degli Stati di S. M. il Re di Sardegna. Viale dit : « Ce génie prompt et fertile de Riberi composa aussi vers la fin du XVIIe siècle (sic !) ses diverses proses et des poèmes latins et italiens et même en dialecte de Limone, et d'autres encore, non indignes du public, en écrivirent sur divers sujets ; mais comme celui-là fit brûler les siennes à sa mort, et que dans les bouleversements mentionnés plus haut, la presse fut pour la plupart négligée, celles-ci se perdirent, le fait d'en faire mention restant trop gratuit si l'on en fait abstraction ». Heureusement, quatre copies manuscrites de la Pasturèla sont parvenues jusqu'à nous, dont les reproductions photographiques sont consultables dans la section « Fonti » (Sources).
Pour des informations détaillées sur le contexte historique de formation du drame sacré piémontais centré sur la Nativité, ainsi que sur les différentes rédactions historiquement sédimentées du « Gelindo » et sur les parallélismes possibles avec d'autres traditions (dont la Cantata dei Pastori napolitaine), on renvoie à la bibliographie dédiée. Nous signalons, en particulier, les ouvrages de R. Leydi (Omega, 2001) et de R. Renier (Carlo Clausen, 1896). Cette dernière, à ce jour l'unique édition critique disponible, situe la naissance du drame au XVIIe siècle, en privilégiant la version du Monferrat. Pour des approfondissements plus courts mais intéressants, voir aussi Sulle tracce del "Gelindo" de M. Chiesa dans Studi Piemontesi (2022, vol. LI, fasc. 2) et Il pòvr òm! Gelindo de S. Corino Rovano dans Il Nome nel testo. Rivista internazionale di onomastica letteraria.
Nous nous limitons ici à signaler que la version limonaise du « Gelindo » est originale pour :
L'usage intégral du parler local. Tous les personnages parlent limonasco entre eux, y compris Marie, Joseph et l'ange. Cela représente une particularité par rapport au contraste linguistique présent dans les versions les plus diffusées et probablement postérieures du drame, où seuls les bergers s'expriment en piémontais tandis que les autres personnages utilisent l'italien.
La structure. La narration apparaît plus brève que les variantes du « Gelindo » les plus diffusées, se rapprochant peut-être de ce « texte primitif X » supposé par Renier et vraisemblablement rédigé par un religieux. Dans les versions limonaises, l'ouverture du drame ne prévoit ni la scène du groupe impérial ni celle du départ de Gelindo d'auprès d'Alinda, mais commence directement avec Joseph et Marie en route vers Bethléem. On note par ailleurs l'absence du noyau « parallèle » de bergers composé de Médoro, Tirsi et Amarilli : dans la liste des personnages (interlocutores), la présence d'un groupe de bergers non-parlants est en effet expressément indiquée.
Le contenu. Tout en suivant en substance les versions examinées par Renier, le texte limonais présente plusieurs parties au contenu inédit et probablement non interpolé. Parmi celles-ci se distingue, par exemple, le salut de l'ange (qui occupe toute la Scène II) dont l'incipit dit : « O dzàntis furtünåssi 'd sti bèllai vallådai,... ». La Scène III, dans laquelle Gelindo apparaît pour la première fois, semble à la fois plus dépouillée et plus riche en détails descriptifs, des cadeaux apportés par les bergers (« manzuns grås e gröš, d’ vàilis, d’ tsabrìnsis, e d’ rižàus... ») aux répliques définissant les risques pour la population pendant le recensement (« I nu piccaràn, i nu stnågiaràn, e Nuzàutri varré, ncår s'aberginàn d’ubbligasiùn. »).
Tout en laissant les conclusions au lecteur, les traits ici tracés incitent à l'hypothèse que la version limonaise du drame sacré — jusqu'ici délaissée par les chercheurs et tombée dans l'oubli — représente une pièce d'un intérêt exceptionnel pour l'histoire du théâtre populaire subalpin. Son essentialité structurelle et son homogénéité linguistique l'accréditent en effet comme l'une des rédactions potentiellement les plus proches de la forme archaïque et authentique du « Gelindo », bien que filtrée par la traduction en limonasco. Cette thèse trouve un écho, à notre avis, dans deux éléments territoriaux convergents déjà rapportés également dans l'essai de R. Leydi. D'un côté, on observe qu'à la fin du XVIIe siècle déjà, dans la région génoise, le terme « Pastorale » désignait des représentations sacrées où figurait aussi le personnage de Gelindo ; de l'autre, la persistance dans les régions d'Imperia et de Cuneo — en particulier dans les vallées Stura et Grana — de représentations sacrées célébrées à l'église pendant la nuit de Noël, avec Gelindo à la tête du groupe des bergers, est attestée jusqu'à une période avancée du XXe siècle. Dans ce contexte, le jugement d'A. Borra paraît éclairant : « [les considérations de Renier sur l'origine du Gelindo] m'incitent à penser que les fêtes des bergers elles-mêmes, les représentations de l'adoration à l'étable de Bethléem, partie intégrante des célébrations de la nuit de Noël dans de nombreux petits centres des Alpes Maritimes, ne sont rien d'autre qu'un moment de la représentation du Gelindo ou, mieux encore, peut-être le noyau théâtral le plus ancien qui, seulement plus tard, s'est amplifié, chargé de nouvelles scènes, d'autres épisodes et personnages, jusqu'à atteindre sa forme écrite définitive au XVIIe siècle. » (dans 'Gelindo ritorna'. Il teatro popolare sacro tra 'reliquie' e riproposte, préface à A. Barolo, Folklore monferrino, réédition Omega 1998).
En confirmation du profond enracinement populaire du drame sacré sur notre territoire, nous ajoutons un témoignage singulier. En 1841, le médecin de Boves Giovanni Giordano fit imprimer une œuvre au titre solennel : Le due cattedre della Redenzione, Betlemme e Gerusalemme cioè il Presepio e la Croce; parafrasi drammatica della Sacra Scrittura (Cuneo, tip. Galimberti). L'auteur écrivait dans la préface : « Mais oh, combien parmi toutes les circonstances de ma vie, l'idée de ma mère renaît tendre et reconnaissante quand je me rappelle ces temps très heureux où elle, tenant ma main serrée dans la sienne, m'expliquait une à une les scènes de la divine passion, qui dans ma première adolescence était représentée à Boves ma patrie ! Et quand je me rappelle ces très douces veillées familiales..., et là, tous attentifs à la lecture que cette mère très tendre me faisait exécuter soit du célèbre Gelindo, soit de quelque autre action dramatique sacrée qui, bien qu'écrite de façon indécente, décousue et informe — l'une de ces représentations très triviales entre les mains du peuple dont la quatrième édition fut imprimée en 1813 se termine par les vers suivants : Viva dunque il bel bambin, e facciamoli un bel inchin — nous tirait des larmes si délicieuses des yeux. Circonstances qui, encore très vives et ardentes dans mon esprit désormais adulte, m'ont fait souvent employer à la lecture des livres sacrés, puis à la compilation de ces drames que j'ai tenté de rendre moins indignes du sujet, ces heures qui restaient de l'exercice de mon ministère ». Partant de ces prémisses, Giordano épura le rustique Gelindo — remplacé par Eliézer, le serviteur d'Abraham qui avait scellé par serment la recherche de l'épouse pour Isaac — et les autres bergers, en faveur de figures vétérotestamentaires plus solennelles : Laban, le riche éleveur connu pour le différend sur les troupeaux avec Jacob ; Milka, matriarche et grand-mère de Rébecca ; Scitraï, le chef des troupeaux du roi David. Le nouveau drame conçu par Giordano, tissé de dialogues denses de citations bibliques, ne rencontra manifestement pas la faveur du public et finit bientôt dans l'oubli.
Nous remercions la Bibliothèque Civique de Cuneo pour avoir permis la consultation et la reproduction du manuscrit Centino (1806). Merci à Marco Bellone, propriétaire du manuscrit Toselli (1837) – déjà possédé par Don Romano Fiandra et plus tôt encore par Angelo Orsini qui l'avait transcrit numériquement –, pour les reproductions des manuscrits conservés à Limone et pour quelques notes historiques. Merci également à Angelo Fruttero et Antonio Bellone pour avoir partagé, respectivement, le manuscrit anonyme (fin XIXe/début XXe s.) et le manuscrit Bottero (1928). Nous remercions enfin la Bibliothèque de l'Académie des Sciences de Turin pour nous avoir fourni un extrait de l'œuvre de Giordano (1841), dont nous avons tiré les informations rapportées ci-dessus.
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