Foto di ©Giacomo Bellone
Capåle alle pendici del Murìn (da Marco Bellone)
La mietitura dei cereali piccoli, come frumento (gran), orzo (ördi o pårmula), avena (biåva), segala (sèga) e grano saraceno (furmantìn) può farsi a braccia, con diversi strumenti, oppure colle macchine mietitrici.
Gli strumenti a mano che si usano per mietere sono di tre specie: il falciolo, la falce e la zappa fiamminga (Sape), quest'ultima molto usata nel Belgio e in alcuni dipartimenti nordici della Francia. Il falciolo (misùira) è pressochè l'unico di questi strumenti che sia adoperato in Italia ed è anche il più antico: esso consta d'una lama d'acciaio, curva quasi a guisa d'arco di cerchio e munita di un piccolo manico di legno. I falcioli che si usano da noi sono a taglio unito; in Inghilterra, Scozia, Svezia, ecc., se ne usano anche a lama dentata. Il falciolo si adopera in due modi diversi: l'operaio separa colla mano sinistra il cereale da mietere e lo colpisce al piede collo strumento; oppure impugna colla sinistra una manciata di piante, v'introduce dietro la lama del falciolo, e tirando lo strumento a sè, taglia e sega gli steli stretti colla mano. Si usa nel primo modo quando si vuol mietere rasente terra, si adopera nella seconda maniera nella mietitura alta. Il falciolo può essere adoperato anche da operai robusti; chi miete con questo strumento fa pure i covoni e questi sono ben formati; quando il cereale è allettato, col falciolo si lavora meglio che con qualunque altro strumento. La superficie che un buon operaio può mietere in un giorno col falciolo è di circa 18-20 are. (...)
La falce grande da fieno (dågn) in molti paesi è anche usata per la mietitura; ma allora essa porta sempre una piccola armatura intorno all'angolo che il manico fa con la lama; quest'appendice ha per iscopo d'impedire che il cereale tagliato cada oltre la lama; esso deve invece essere tutto radunato all'estremità della corsa dello strumento. La falce lavora speditamente, ma non può adoperarsi che quando il cereale è ben diritto in piedi e richiede sempre l'opera di un robusto operaio. Con la falce si miete anche in due modi diversi, cioè in dentro ed in fuori; si miete in dentro quando l'operaio ha il cereale da tagliare alla sua sinistra e raduna quello che viene mietendo contro la messe ancora in piedi; si miete in fuori quando la messe da tagliare è a destra del mietitore, e il cereale che man mano si taglia è lasciato disteso sul suolo. Si mietono nel primo modo i cereali alti, nel secondo quelli bassi. L'operaio che falcia dev'essere seguito da un altro, che raccoglie man mano il cereale mietuto e lo dispone a covoni. La falce scuote forte le piante e facilmente sgrana le spiche, perciò non si deve usare pei cereali molto maturi. Con questo strumento un buon operaio può mietere da 30 a 60 are al giorno.
Essiccamento del cereale prima della trebbiatura. Dopo la mietitura il cereale non è ordinariamente in condizione di essere subito trebbiato, ossia sgranato; esso deve lasciarsi ancora qualche giorno sul campo affinché completi la maturazione. In alcuni paesi si usa di lasciarlo direttamente sul suolo, disposto a fasci legati o sciolti, ma per lo più si ammucchia in varî modi nel triplice intento che la disseccazione si compia lentamente, che il grano non sia danneggiato dalle intemperie e non venga divorato dagli uccelli. In certe regioni del Nord, per causa della grande umidità, esso facilmente ammuffirebbe se venisse subito legato, perciò si usa di ammucchiarlo sciolto, facendo delle piccole biche. (...)
La figura indica il metodo che si usa in certi paesi delle Alpi e in tanti altri luoghi pure soggetti alla pioggia durante il periodo della mietitura: si lega il cereale a covoni piccoli (dzàrbe), e riunitine tre insieme, mediante una lenta legatura, si drizzano in piedi, allargandone le basi per dar loro molta stabilità e lasciare nell'interno un bello spazio vuoto. Intorno a questi tre covoni se ne appoggiano allora degli altri in numero di 9-10 e anche più, avendo l'avvertenza di lasciare tra un covone e l'altro uno spazio sufficiente per un'attiva circolazione dell'aria. Terminato questo mucchio si prendono altri 3 o 4 covoni, si appoggiano sulla sua sommità (a testa in giù) in modo da coprirla completamente e si legano strettamente insieme con una manciata della loro stessa paglia. Tale operazione è detta ancapalår. Si ottengono così le capåle, ovvero delle piccole biche (Da Treccani: bica s. f. [dal longob. bīga «mucchio»]. – 1. Mucchio di covoni di frumento o di altri cereali o foraggi che viene fatto all’aperto...). A questo punto, la mietitura è finita: avàn maiö. Occorre portare le capåle al tats: col carretto se c’è la strada, oppure con una slitta apposita per il terreno (liùn) trainata da una mucca, oppure tutto a spalle….. Se c'è la possibilità si depositano sotto il portico del casolare, altrimenti si mettono all’aperto e si fa uno dzarbèr, un po' come per il fieno si fa lu fner (ved. fienagione) avendo cura di mettere le dzàrbe con le spighe rivolte all'interno.
Capåle a Sant'Anna, 1915 (da Marco Bellone)
Capåle al Preventorio, 1920 (da Marco Bellone)
Capåle a Villa Formica, 1915 (da Marco Bellone)
Foto di © Giacomo Bellone
Foto di © Giacomo Bellone
Foto di © Giacomo Bellone
Foto di ©Giacomo Bellone
Foto di ©Giacomo Bellone