Coltivazioni | Crops | Cultures
Estratti dai capitoli IV-VIII | Excerpts from chapters IV-VIII | Extraits des chapitres IV-VIII
"Coltivazione delle piante erbacee" (10a Ed., Paravia 192?) - Marco Marro (Åpia)
Estratti dai capitoli IV-VIII | Excerpts from chapters IV-VIII | Extraits des chapitres IV-VIII
"Coltivazione delle piante erbacee" (10a Ed., Paravia 192?) - Marco Marro (Åpia)
IT Trattazione di colture tipiche e più ampiamente impiegate in passato nel territorio di Limone (per un elenco dei nomi di frutta, verdura ecc. si rimanda al dizionario visuale)
EN Discussion of typical crops that were more widely cultivated in the past in the Limone territory (for a list of names of fruits, vegetables, etc., please refer to the visual dictionary)
FR Traitement des cultures typiques et plus largement employées autrefois sur le territoire de Limone (pour une liste des noms de fruits, légumes, etc., voir dictionnaire visuel).
«Si vedono campicelli d'orzo sul colle di Tenda a circa 1700 metri d'altitudine ...»
«Small barley fields can be seen on the Col de Tende at an altitude of about 1,700 metres...»
«On aperçoit de petits champs d'orge sur le col de Tende, à environ 1 700 mètres d'altitude...»
Le piante da noi coltivate si dividono in due grandi gruppi, in piante erbacee ed in piante legnose. Non si tratterà qui che delle prime, le quali possono classificarsi nelle sei categorie seguenti:
Frumento, farro, segala, orzo, avena, mais, miglio, saggina, riso, ecc. I cereali formano il gruppo più importante delle piante che si coltivano in Europa; costituiscono il principale alimento delle nostre popolazioni, ed a tale ufficio essi sono mirabilmente bene adatti: hanno una buona composizione, sono poco sapidi e quindi si adattano facilmente a tutti i gusti, sono di facile digestione, contengono poche sostanze inutili, si conservano facilmente, possono coltivarsi sotto climi differentissimi, possono prosperare in quasi tutte le specie di terreni, sono di facile coltura, danno discreti prodotti anche in terreni poco ricchi, non vanno soggetti a malattie molto gravi, ecc.
Foto di © Giacomo Bellone
frumento
wheat
https://it.wikipedia.org/wiki/Triticum
Pianta monocotiledone glumacea, famiglia delle Graminacee, sottofamiglia dei Cereali (Jessen), divisione delle Euriantee, gruppo delle Ordeacee, genere Triticum — Classe III di Linneo (Triandria).
Caratteri della pianta. — Il frumento è una pianta annua, che presenta una serie di caratteri speciali, comuni a quasi tutte le graminacee, e quindi anche agli altri cereali; si accennano in questa occasione e si ometteranno poi per le altre piante di questa categoria. La radice primaria muore presto, quelle che si trovano sulle piante adulte sono sempre radici secondarie, le quali nascono dalla parte inferiore dei fusti, da tutti i nodi in contatto col suolo e formano un grosso fastello. Il caule, che porta il nome speciale di culmo o calamo, è ordinariamente fistoloso e pieno soltanto ai nodi. Da ciascuno di questi nodi parte una foglia che invece del picciolo ha una guaina spaccata longitudinalmente, la quale abbraccia il caule per una certa lunghezza. Alla guaina fa seguito il lembo in forma di nastro, che arriva a 25-30 cm di lunghezza e più. Il lembo porta alla base due alette rossicce, disposte orizzontalmente e che abbracciano il culmo, e dalla linea di separazione fra le due parti si stacca una appendice membranosa, bianca, sottile, detta ligula, di media ampiezza e di forma così costante, che da essa e dalle alette sopra menzionate si è potuto avere un mezzo [clicca per continuare la lettura]
per distinguere il frumento dagli altri generi di cereali. L'infiorescenza è terminale e forma una spica composta; essa consta di un asse a rachide sinuoso (fig. 56), con una doppia serie di denti, diretti alternativamente a destra e a sinistra, da ciascuno dei quali parte una spighetta con 2-15 fiori ermafroditi, dei quali soltanto 3 o 4 e qualche volta 4 o 5, come nei frumenti turgidi, diventano fecondi. Qualche volta l'asse delle spighette si ramifica, ne risulta una spica ramosa: questo fatto si verifica specialmente nei frumenti turgidi, è raro nei duri e non si osserva mai nei teneri. Ogni spighetta porta alla base le glume, costituite da due brattee di vario sviluppo, tronche alle sommità, o munite di un'aresta corta. I fiori, che vengono sopra le glume, sono accompagnati da quattro appendici, di cui due sole sono abbastanza sviluppate da essere facilmente visibili, e queste formano le due glumelle; le altre due parti, appena visibili, chiamansi glumellule. Le due glumelle non sono simili, l'inferiore, esterna rispetto all'asse, è convessa, carenata, mutica o terminata da una resta più o meno lunga; l'interno è bicarenata ed in parte abbracciato dall'esterna. Queste due glumelle racchiudono il fiore propriamente detto, il quale si compone di tre stami, di un ovario libero, che termina con due stili, a stimmi filiformi e piumosi. Il frutto è una cariosside, cioè è composto di un seme al quale aderisce intimamente il pericarpio, che consiste in una semplice pellicola; quello che volgarmente dicesi seme è dunque in realtà un vero frutto. Il seme ha l'embrione con un solo cotiledone, ma contiene un grosso albume, che serve al nutrimento della pianticella durante il periodo germinativo. Le cariossidi del frumento pesano da 1/10 a 1/40 di grammo. Nel frumento è molto notabile la proprietà di cestire cioè di dare origine, dalla base, ad un gran numero di culmi secondari, cosicché da un sol granello si può avere una quantità più o meno grande di spighe. Si racconta che ai tempi di Nerone fu portato a Roma, dall'Africa, un cesto di frumento che aveva 360 spighe. Il più meraviglioso esempio di fecondità di questa pianta è però quello ottenuto dall'irlandese Miller, il quale, seminando un granello di frumento nel mese di giugno, e trapiantando successivamente i germogli secondari che ne nacquero, poté ottenere, l'anno seguente, 21.100 spighe, contenenti 576.840 granelli.
Importanza di questa coltura. — La coltivazione del frumento è forse tanto antica quanto lo è l'arte di coltivare i campi: secondo i documenti citati da A. De Candolle nella sua opera "Origine delle piante coltivate", essa rimonterebbe a più di 3000 anni avanti l'èra volgare, e già nei più remoti tempi essa doveva estendersi sopra una zona immensa, che dai confini orientali della Cina andava sino alle isole Canarie. Secondo le notizie più degne di fede, la patria di questa pianta pare che sia stata la Mesopotamia; Berosio, sacerdote della Caldea, il più antico di tutti gli storici, dice che il frumento si vedeva spontaneo nel suddetto paese, e ancora nei tempi moderni il botanico Olivier narra di aver trovati spontanei il frumento, l'orzo, e la spelta in una specie di burrone, sulla destra dell'Eufrate, in un paese improprio alla loro coltura. Malgrado l'introduzione di tante altre piante nella nostra agricoltura, il frumento in Europa costituisce sempre la più importante di tutte le coltivazioni; la sua produzione annua si calcola, infatti, a circa 550 milioni di quintali. (...) In Italia la coltivazione del frumento forma la base dell'agricoltura: essa è praticata in tutte le regioni, in tutte le provincie e sale sino a 1000 metri di altitudine e più, ed occupa ogni anno quasi 5.000.000 d'ettari, fornendo un prodotto di circa 45 milioni di quintali. (...)
Clima. — Il frumento è una pianta delle zone tempe- rate; ma entro i loro limiti esso può prosperare in condizioni di clima diversissime, come lo prova il fatto della sua coltivazione, che dall'Algeria e dal Marocco si estende fino alla Scozia e alla Norvegia. Il De Buch nel suo "Reise durch Norwegen" racconta d'aver trovata la coltura del frumento ancora a Lyngen, presso il 70° di latitudine; in Italia essa è comune, nella regione alpina, sino a m. 1000 di altitudine e può arrivare eccezionalmente sino ai 1300. (...) Il frumento può sopportare temperature molto basse senza perire; ma fissarne il limite è difficile, perché le diverse varietà non sono tutte egualmente resistenti e i danni che può cagionare un dato abbassamento di temperatura sono molto diversi, secondo le circostanze da cui esso è accompagnato. Molto spesso il frumento resiste senza danno ai freddi di −13°−14° ed anche ad altri più intensi; ma si deve notare che in generale i frumenti dei paesi meridionali sono molto più sensibili al freddo di quelli delle regioni a clima rigido. Durante l'inverno questo cereale è specialmente danneggiato dall'alternatività del gelo e disgelo: quando il terreno non è protetto da neve, ed a fredde nottate, che fanno gelare profondamente il terreno, succedono delle giornate limpide e calde, il frumento frequentemente perisce. In queste condizioni il cereale seminato su appezzamenti esposti a tramontana soffre assai meno di quello che trovansi su terreni bene soleggiati. Nuoce molto al frumento la grande e persistente umidità, specialmente se il terreno è poco permeabile, ed è per questo motivo che gl'Inglesi hanno potuto tanto migliorare la produzione delle loro terre a cereali mediante la fognatura. Se il terreno è molto permeabile, l'umidità persistente è alquanto meno nociva; ma anche in questi casi quasi sempre si osserva che, se la paglia è abbondante, il raccolto del grano è scarso. Année de foin année de rien, dicono i Francesi, e il medesimo concetto esprimono i nostri agricoltori con quest'altro detto: Maggio ortolano dà molta paglia e poco grano. Il bisogno di acqua varia pel frumento, come in generale per tutte le altre piante, secondo i vari periodi della vegetazione: è relativamente maggiore durante i primi tempi, che verso la fioritura e la maturazione; ma durante queste due ultime fasi il consumo complessivo d'acqua è maggiore, per essere la pianta molto più sviluppata. (...)
Terreno. — Nell'esaminare quali specie di terreno convengono ad una data pianta non bisogna mai trascurare di tener conto delle condizioni del clima in cui i terreni si trovano: il clima infatti molto influisce sulle loro qualità e un terreno eccellente per una pianta in una data regione, diventa mediocre o cattivo in un'altra, se il clima ne è molto diverso. I terreni influiscono sulla riuscita delle coltivazioni specialmente per la loro composizione, per la freschezza, per la scioltezza, per la temperatura e la profondità. L'esperienza ha dimostrato che al frumento convengono terre di media freschezza, sia per la temperatura che per la quantità d'acqua, e piuttosto tenaci; quindi sono quelle alquanto argillose che, in generale, meglio convengono per questa coltivazione; ma quanto più il clima si fa freddo e piovoso, tanto meglio convengono ad essa anche quelle sciolte, che in tali condizioni si mantengono più facilmente sane e si riscaldano più presto. La profondità del terreno, ossia lo spessore dello strato esplorabile dalle radici, ha una grande influenza sulla buona riuscita del frumento; in terreni di piccolo spessore non si potranno mai avere buoni raccolti, specialmente in Italia, ove il clima è spesso così asciutto in primavera. Le radici del frumento, se la scioltezza del terreno lo permette, penetrano profondamente nel terreno e si mantengono numerose sino a 50 centimetri e più. (...)
Posto nella rotazione. — In molte parti d'Italia il frumento occupa il posto principale nell'avvicendamento: per esso si eseguiscono i migliori lavori, sovente per esso si pratica il maggese e per esso si usa il poco letame che si produce. Quando si seguono sistemi di coltura estensivi, si osserva spesso una tal pratica, e in tali condizioni essa è abbastanza logica; ma dove si coltiva intensivamente o, in termini più precisi, dove si eseguiscono arature molto profonde e si adopera molto letame, si devono seguire altri metodi, e il frumento non si coltiva in primo anno di rotazione, ma soltanto nel secondo o nel terzo, perché i profondi lavori di rinnovo e le abbondanti letamazioni, che tanto giovano a molte altre piante, sono poco favorevoli alla buona riuscita del frumento. In tali casi il frumento viene specialmente bene il secondo anno di rotazione, cioè dopo il colza, la rapa, la barbabietola, la patata, la canapa, il mais, ecc., che si sogliono coltivare nel primo anno. Il terreno, dopo queste colture, è generalmente netto e sciolto, e una semplice aratura, o qualche volta anche un sol colpo di coltivatore, seguito da qualche erpicatura, è sufficiente per prepararlo alla seminagione; e se quelle piante sono state ben concimate, il terreno è ancora molto fertile: quindi, con una moderata concimazione complementare ed una spesa relativamente piccola, si possono ottenere prodotti eccellenti. Il frumento, in generale, succede male a sè stesso: volendo ripeterne la coltura conviene intercalarvi qualche altra pianta, e specialmente una leguminosa da foraggio. Per le ragioni che sono già state altrove esposte, tutte le leguminose in genere, ma quelle da foraggio in modo speciale, sono eccellenti culture intercalari per i cereali. Non bisogna però credere che sia impossibile di fare più colture successive di frumento sul medesimo terreno con buoni risultati; ma ciò non si otterrà che a queste tre condizioni principali: 1) di avere e conservare le terre nette; 2) di ricorrere all'uso di adatti concimi per mantenere sempre il terreno ben provvisto di azoto, acido fosforico, potassa, calce e magnesia; 3) di fare al terreno la conveniente preparazione.
Consociazioni. — Le piante che più spesso si consociano col frumento, lasciando in disparte quelle arboree, sono il trifoglio pratese e la segala. La consociazione col trifoglio è soltanto temporanea; esso si semina quasi sempre in mezzo al frumento, o ad un altro cereale simile, affinché possa all'ombra sua germinare e compiere il primo sviluppo, per rimanere poi solo padrone del terreno dopo la mietitura. Se la stagione non è molto piovosa da determinare un grande sviluppo della leguminosa, il cereale poco soffre per la sua presenza, e frattanto, dopo la raccolta di esso, il terreno si troverà rivestito di trifoglio già adulto, che in questo stesso anno potrà dare un discreto prodotto. La consociazione con la segala si fa con un altro scopo: le due piante si seminano nello stesso tempo e si mietono e si trebbiano insieme, per vendere o consumare il prodotto dei due cereali mescolati insieme. È una pratica che va scomparendo, quantunque presenti qualche particolare vantaggio. La segala è inferiore al frumento per valore nutritivo e per prezzo, quindi non c'è vantaggio ad associarla ad esso nelle buone terre da frumento; ma in quelle meno buone, che potrebbero classificarsi solamente come terre da segala, il prodotto complessivo dei due cereali associati insieme può essere maggiore di quello che si avrebbe coltivando soltanto uno in modo esclusivo; quel prodotto inoltre è più sicuro e vale più di una raccolta di sola segala. Il frumento e la segala si seminano nella proporzione di 1 a 2 e di 1 a 3, ma nel raccolto la proporzione non è più la stessa, il che prova che il cereale meglio favorito dalle condizioni agrologiche e meteorologiche dell'annata ha saputo profittarne. Il miscuglio di segala e frumento ha uno smercio molto limitato, questa coltura mista quindi non può convenire che ai piccoli agricoltori, i quali consumano una buona parte del raccolto che ottengono.
Tempo favorevole per la seminagione. — Il tempo più favorevole per la seminagione del frumento varia da paese a paese, secondo il clima, le condizioni del suolo e le varietà coltivate; non si possono dare in proposito regole fisse, ma soltanto delle indicazioni generali. Il frumento autunnale in generale si semina il più presto possibile, cioè subito che si possono avere le terre preparate e che esse siano state rinfrescate dalle acque. Seminando per tempo, nei paesi freddi si ha il vantaggio di aver delle piante bene sviluppate prima dell'inverno e quindi meglio capaci di resistere al freddo e alle altre intemperie. Nei paesi meridionali, ove questi inconvenienti sono poco da temersi, colla seminagione precoce si ha la possibilità di far cestire il frumento fin dall'autunno e i culmini secondari portano poi delle spiche più belle. Non bisogna però eccedere certi limiti, che variano per ciascun paese, altrimenti il frumento sfoggia molto in foglie e produce poi molta paglia, ma poco grano, ed alletta più facilmente. Questo può succedere specialmente quando la vegetazione è favorita da una stagione molto mite; se un tale inconveniente tende a manifestarsi, vi si pone poi rimedio ritardando la vegetazione mediante qualche leggera erpicatura o cilindratura, o spuntando le piante con un falciolo. Se i terreni sono infestati da cattivi semi, conviene in autunno ritardare un poco la seminagione, a fine di poter distruggere le cattive erbe che si sviluppano subito dopo le prime acque; se si coltivano delle terre povere e delle terre ricche, bisogna sempre seminare quelle prima di queste. Nelle regioni settentrionali d'Italia il frumento si suol seminare in fine di settembre o, al più tardi, nella prima quindicina di ottobre; nelle regioni centrali e meridionali si semina in ottobre, novembre o sino in dicembre, ma con le seminagioni molto tardive il cestimento è minore, si ritarda il tempo della raccolta e si hanno più da temere i danni della siccità. Le varietà primaverili sono in Italia poco coltivate, perché la nostra primavera in generale è troppo asciutta ed i grandi calori estivi arrivano troppo presto; dove si coltivano, si seminano molto per tempo, cioè in febbraio e in marzo, e piuttosto fitto, perché questi frumenti cestiscono pochissimo.
Erpicature, sarchiatura. — Un'altra operazione molto utile, da praticarsi in principio di primavera è l'erpicatura; nei paesi nordici essa è in uso da molto tempo ed i buoni agricoltori non mancano mai di eseguirla. L'erpice sradica le cattive erbe, rompe la crosta del suolo, stritola le zolle e favorisce la tallitura del cereale. Appena erpicato, il frumento si presenta veramente sotto un aspetto poco bello, ed il proverbio dice che chi erpica cereali non deve guardare dietro di sé; ma dopo pochi giorni le piante prendono tal vigore che ben giustificano il favore che questa operazione gode presso tutti quelli che hanno imparato a praticarla. L'erpicatura giova specialmente ai terreni compatti, che induriscono alla superficie. Su questi si adopereranno degli erpici energici; sui terreni sciolti invece non si useranno che erpici leggeri. Questa operazione dev'essere praticata in una giornata calma: un vento secco infatti, specialmente se il terreno fosse asciutto, potrebbe recare danni gravi, disseccando molte radici scoperte; se invece poco dopo viene a piovere, l'effetto dell'erpicatura è assicurato. Nei terreni molto sciolti e in quelli che sono stati sollevati dalle gelate, invece di una erpicatura, o qualche tempo prima di essa, conviene praticare una cilindratura per fare aderire bene la terra alle radici. In certi luoghi d'Italia, in principio della primavera si eseguisce un'operazione che si dice "far terra nera"; essa consiste in una zappettatura, che ha pure per iscopo di frantumare le zolle rimaste alla superficie del suolo, di rompere la crosta formatasi durante l'inverno, sradicare le piante avventizie, e di tirare sulle aiuole la terra che le piogge invernali hanno radunata nei solchi. È un'operazione a mano, che eseguita a dovere vale meglio dell'erpicatura, ma costa di più. Dove si semina a righe rade, distanti non meno di 20-25 centimetri, invece dell'erpicare si può con molto vantaggio fare uso delle sarchiatrici meccaniche (...).
Frumento primaverile. Il frumento è una pianta che si semina essenzialmente in autunno, ma in certi paesi a inverno molto rigido, in certe annate in cui non si è potuto seminare a tempo o in cui il cereale è stato distrutto in inverno, e in qualche altra circostanza ancora si semina anche in primavera. Ma poche sono le varietà che possono seminarsi indifferentemente prima e dopo l'inverno: ordinariamente per le colture primaverili si ricorre a speciali varietà, che possono sviluppare più rapidamente delle altre.
Mietitura. — Tempo opportuno. — Esso varia secondo la stagione, secondo le contrade, il tempo in cui fu fatta la seminagione, e secondo la varietà del frumento coltivato. In generale quando le messi biancheggiano, quando le spiche, cariche di semi, piegano lo stelo che le porta, quando i granelli, ancorché molli, sono già ben consistenti e non contengono più nel loro interno della materia lattiginosa, quando la parte inferiore della paglia è secca e gli internodi superiori hanno perduto la tinta verde, conviene eseguire la mietitura. L'esperienza ha mille volte dimostrato che il grano può benissimo completare la sua maturazione dopo essere stato tagliato; legato a covoni e messo in piccole biche, i suoi semi continuano ad assorbire e concentrare in sé le materie nutrienti già assimilate e contenute nelle parti superiori della pianta e possono costituirsi perfettamente e qualche volta risultare anche più fini, più pesanti, con una tinta più bella e dare meno crusca. La mietitura un po' precoce presenta poi ancora altri vantaggi importantissimi; l'agricoltore ha maggior tempo a sua disposizione per eseguirla, le spiche lasciano cadere una minore quantità di semi sul suolo e il cereale si trova più presto sottratto ai pericoli del vento, degli acquazzoni e della grandine. È da molto tempo che si conosce la utilità di mietere i cereali per tempo, ed è ben noto il precetto di Catone: “Oraculum esto biduo citius quam biduo serius metere" (l'oracolo dice che è meglio raccogliere due giorni prima che due giorni dopo). Bisogna però saper scegliere il tempo più propizio; se si anticipa troppo, si ottiene un grano poco nutrito, piccolo, raggrinzito, molto difficile a trebbiarsi; se si ritarda soverchiamente, le spiche lasciano cadere i semi al minimo urto, il grano può essere meno pesante e meno ricco di farina. (...) Esecuzione della mietitura. — Il frumento può essere mietuto rasente terra o ad una altezza più o meno grande; si miete basso nei paesi freddi e dove la paglia ha molto valore; si miete alto quando il cereale è pieno di erbe che ne renderebbero troppo difficile la diseccazione, dove la paglia val poco e dove si sogliono incendiare le stoppie prima di procedere ad una nuova lavorazione del terreno. Mietendo alto la trebbiatura è più facile e più spedita. In certi paesi si usa pure di mietere alto, ma poi si falciano, con una seconda operazione, le stoppie con le erbe che vi son dentro, per darle al bestiame come foraggio. In certi paesi, per esempio nelle Fiandre, il cereale appena mietuto si drizza in piedi, senz'essere legato, e se ne fanno delle piccole biche coniche, che si legano verso la sommità e si coprono con un grosso covone capovolto. Da noi generalmente si usa di legarlo subito in covoni, i quali poi si ammucchiando in diversi modi, procurando di mettere le spiche verso l'interno e di disporli in guisa che, se viene a piovere, l'acqua non possa facilmente penetrare entro la massa. Il grano può in tal modo completare la sua maturazione e raggiungere un conveniente grado di diseccamento, per poter essere trebbiato o immagazzinato dopo alcuni giorni.
Foto di © Giacomo Bellone
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segala
rye
https://it.wikipedia.org/wiki/Secale_cereale
Caratteri della pianta. — Come graminacea appartenente alla tribù delle ordacee, la segala possiede la maggior parte dei caratteri generali già indicati a proposito del frumento, sia rispetto alle radici, che al culmo, alle foglie ed alla infiorescenza. Essa si distingue però facilmente dal frumento per un portamento più slanciato, una tinta più glauca e per avere le foglie più strette. La spica è lunga, sottile, compatta, con una sola spichetta per ogni dente dell'asse, come nel frumento. Ogni spichetta contiene due, raramente tre fiori; le glume sono corte, strette, con una sola nervatura; le glumelle esterne o inferiori sono rigide e con tre nervature, sono lungamente aristate, carenate, con delle ciglia lungo la carena; le glumelle interne sono lanceolate, più corte e bicarenate. La rachide è vellutata lateralmente; il frutto nudo, oblungo, acuminato, vellutato alla sommità, con solcatura stretta. Le foglie sono ravvolte a spira quando spuntano. Il paese originario della segala non è conosciuto; De Candolle opina che essa provenga dalla regione compressa tra le Alpi austriache e il Nord del Mar Caspio. Questo cereale è coltivato da molto nell'Europa centrale e in Siberia; nei paesi meridionali non fu conosciuto che tardi. È dubbio che i Greci lo abbiano coltivato; fra gli scrittori latini il primo a farne menzione è Plinio, ma i Romani lo stimavano poco. Fra i varî Stati d’Europa la segala è specialmente coltivata in [clicca per continuare la lettura]
Màiri la sèga (1978)
Germania ed in Russia; in questi paesi la sua cultura è molto più importante di quella del frumento; nelle contrade meridionali essa è molto inferiore. (...)
La segala è “il frumento delle regioni nordiche; Thaer dice che essa è “il dono più prezioso che la Provvidenza abbia fatto alle contrade sabbiose e povere; senza segale esse sarebbero forse deserte e disabitate”. Messa a confronto col frumento essa ha il merito di una grande robustezza: resiste di più al freddo, alla neve ed all’aridità, ha bisogno di minor calore per maturare, prospera in terreni più magri, si difende bene dalle cattive erbe e fornisce un pane che, quantunque meno nutritivo di quello di frumento, è sano, saporito e si mantiene fresco per molto tempo. Per questa proprietà esso è molto apprezzato dalle popolazioni che vivono isolate nei paesi montuosi. Nelle contrade meridionali la segala perde parecchi dei suddetti pregi e cede il posto al frumento. In Italia si coltiva la segala specialmente nella regione Alpina e nell’alto Appennino: il Piemonte e la Lombardia da soli dànno quasi i 5/4 dell’intera produzione. (...) E' anche coltivata qualche poco per erbaio. (...)
Varietà. — La segala coltivata non ha dato origine a sottospecie, ma soltanto a poche varietà; fra queste abbiamo: la segala comune di autunno, che è quella comunemente coltivata nei nostri paesi. La segala di marzo, di più piccola statura e meno produttiva della precedente; sembra che si coltivi specialmente nelle montagne del centro della Francia, nel Lionese e nel Delfinato: in Italia essa non si trova che nelle regioni più elevate. (...)
Clima. — La segala è il cereale più precoce dopo l'orzo e vegeta rapidamente anche alla temperatura di 8 a 10 gradi; la sua coltivazione a nord si estende sino al 75° di latitudine (Scandinavia occidentale) e sino a 62°, 5 in Russia; nella Svizzera si coltiva fino a 1500 metri di altitudine. Quando si è bene impossessata del suolo ed ha emesso molte radici, essa resiste bene ai freddi intensi, ma non bisogna che la sua vegetazione sia troppo avanzata o che abbia già incominciato a fare i culmi.
Terreno. — È il cereale che meglio prospera nei terreni sabbiosi, nelle terre schistose, granitiche, vulcaniche, ciottolose e in quelle molto calcaree. Meglio del frumento riesce nelle terre aride, nelle lande e nei terreni torbosi: ma nei terreni tenaci, argillosi, che ritengono molto l’acqua, su quelli poco permeabili essa fa poca buona riuscita.
Posto nella rotazione e consociazione. — Nei paesi freddi e poveri la segala tiene il posto che il frumento occupa negli altri: essa si può coltivare con vantaggio anche immediatamente dopo i profondi lavori di rinnovo, e può venir bene dopo quelle piante che lasciano il terreno profondamente smosso. Nei paesi ove si coltiva molto la segala non di rado si fa il ristoppio, cioè si fanno due raccolte successive di questo cereale; Girardin anzi dice che questa è una delle poche piante che possono coltivarsi, senza interruzione, sul medesimo terreno e senza che i suoi prodotti ne soffrano, ma questa è una esagerazione. Thaer, che doveva ben conoscere le esigenze di questa pianta, dice infatti che essa soffre più del frumento a esser seminata sulla stoppia di qualche altro cereale, oppure sulla propria, e che se in qualche contrada ciò si fa, le raccolte sono miserabili; si può dunque porre, come regola generale, che anche per la segala conviene l’alternanza come per le altre coltivazioni. Alla segala si consocia il frumento, come già si è visto antecedentemente, e qualche volta la veccia; in quest’ultimo caso il prodotto serve qualche poco alla panificazione, ma principalmente per l’alimentazione del bestiame. In mezzo alla segala si seminano pure, in consociazione temporanea, il trifoglio, la carota, la rapa, ecc. Quando si coltiva la segala per foraggio vi si consociano specialmente la veccia e la cicerchia, che la segala sorregge bene, e il trifoglio incarnato. La segala riesce meglio del frumento nella consociazione con piante arboree, dalla cui ombra è meno danneggiata. (...)
Preparazione del terreno. — Dice un vecchio adagio: “semina la segala nella polvere”, il che vuol significare che il terreno destinato a ricevere questo cereale dev’essere molto finamente diviso e sminuzzato; i lavori dovrebbero quindi essere più numerosi di quelli che si fanno pel frumento, ma se si riflette che la segala si suol coltivare su terreni sciolti per loro natura, si comprende che sovente con un piccolo numero di operazioni si possa giungere a dare loro quel grado di preparazione che si desidera. Se la segala vuole un terreno sciolto, non bisogna però che esso sia eccessivamente poroso, altrimenti essa ne soffrirebbe; nei terreni inconsistenti o troppo porosi una moderata cilindratura, dopo la seminagione, può anche essere utile.
Scelta del seme. — La buona qualità del seme influisce anche in questo caso sulla quantità e bontà del raccolto, quindi non si dovrà trascurare di scegliere, per seminare, le segale più belle, più dense, ben nutrite e dell’ultima raccolta. La segala è un po’ meno soggetta al carbone ed alle carie, ma quelle malattie possono pur infierire e conviene preparare il seme come si è detto pel frumento.
Seminagione. — Dev’esser fatta per tempo, affinché le piante possano mettere buone radici prima del freddo; al dire di persone competenti le seminagioni molto precoci tornerebbero però più favorevoli alla produzione della paglia che a quella del granello. Nelle regioni molto alte si semina fin dal mese di agosto, ma l’epoca più indicata è in generale il mese di settembre o la prima metà di ottobre. La segala ordinaria tallisce meno del frumento, epperciò se ne deve seminare una maggiore quantità, quantunque sia la più piccola e contenga un numero maggiore di granelli per ettolitro. Ordinariamente si adoperano 2 ettolitri per ettaro; di più nelle terre molto magre, un po’ meno in quelle fertili e quando si semina molto presto. La seminagione si suol fare a spaglio; il seme sparso alla superficie del suolo deve poi essere leggermente coperto, e per tale operazione si suol usare l’erpice; nelle terre molto sciolte e aride non di rado si semina nel solco dell’aratro, coprendo il seme con questo stesso strumento. La seminagione a righe sarebbe pure vantaggiosa come pel frumento.
Cure consecutive. — Alla segala giova pure un’erpicatura un'erpicatur al finir dell’inverno, specialmente se il terreno è di natura alquanto tenace: è utile questa operazione anche quando il terreno è sabbioso, ma allora dovrà essere più leggera. Se le piante fossero alquanto scalzate dalle gelate, invece di erpicare converrebbe meglio dare al terreno una cilindratura. Queste operazioni devono essere eseguite per tempo, perché questo cereale incomincia a fare i culmi di buon’ora.
Raccolta e prodotto. — La segala si raccoglie come il frumento, ma sempre rasente terra, perché la paglia è ricercata; una mietitura alquanto anticipata torna utile anche per essa; nelle nostre Alpi s’incomincia a mieterla appena che il seme è divenuto consistente e si lega subito in covoni, che si drizzano in piedi, e si formano dei mucchi conici a guisa di capannelle, come si è già visto precedentemente. Scartando bene i piedi dei covoni, le piccole biche offrono una grande resistenza al vento, lasciano ben circolare l’aria e le spiche, ben difese dalla pioggia, compiono la loro maturazione nelle condizioni più favorevoli. Questo cereale essendo più precoce del frumento, la mietitura avviene sempre una o due settimane prima. Dalla segala non si sogliono ottenere quei prodotti massimi di 40 e 50 ettolitri che nelle migliori regioni ora si hanno dal frumento; ma la produzione media è forse più elevata. Le migliori terre da segala danno 25-30 ettolitri per ettaro, i buoni prodotti oscillano in media fra 15 e 20 ettolitri. Il peso dell’ettolitro è un po’ inferiore a quello del grano: in media si può calcolare a 72-78 kg., ma le migliori arrivano anche al peso di 78-80 kg. Il prodotto della paglia è circa due volte e mezzo quello del seme (...). La paglia di segala è più dura e meno ricca di azoto di quella del frumento, quindi è meno stimata come foraggio, ma essa è più lunga è più resistente, e si presta meglio a coprir tetti e fare stuoie, legature, ecc., perciò in commercio vale più delle altre; in Francia si usa spesso di fare piccole colture di segala per averne paglia con cui legare i covoni del frumento, le viti, ecc.
Malattie. — La segala coltivata nei luoghi un po’ umidi è anche molto attaccata dalla ruggine, ma la malattia più grave a cui essa va soggetta è quella per la quale si formano nelle spiche, invece dei granelli, quei corpicciuoli oblunghi, di color bruno, che portano il nome di segala cornuta. Questa malattia è cagionata dal Claviceps purpurea (Tul.) o Sclerotium Clavus (DC), fungo dell’ordine dei pirenomiceti, famiglia delle ipocreacee. Esso qualche volta sviluppasi sul frumento, sull’avena e su altre graminacee, come i logli, i bromi, le glicerie, ecc., ma è alla segala che produce i maggiori danni. Questa alterazione si manifesta specialmente nelle annate umide e non si conoscono mezzi per curarla. La segala cornuta non è altro che uno sclerozio, ossia un ammasso di micelio allo stato di riposo; ha la forma di un cornetto lungo 2-3 centimetri a sezione quasi triangolare, di color bruno violaceo esternamente, bianco internamente, che sporge dalle spiche, tenendo il posto di un granello di cereale. Ogni spica ne può contenere parecchi. La segala cornuta possiede proprietà venefiche e si deve separare con cura, sia dalla segala destinata all’alimentazione, sia da quella che si vuole adoperare per seme. Il consumo della segala infestata da questi sclerozii dà origine alla malattia conosciuta col nome di ergotismo, che produce vertigini, spasimi, convulsioni e infine può anche cagionare la cancrena delle estremità. Per impedire la moltiplicazione della segala cornuta bisogna nettarne bene il seme e nei terreni in cui infierisce la malattia conviene interrompere per qualche anno la coltivazione di questo cereale.
Sèga a San Burnård (2015) - Foto di © Giacomo Bellone
orzo
barley
https://it.wikipedia.org/wiki/Hordeum_vulgare
Caratteri della pianta e importanza della coltivazione. — I caratteri generali della pianta sono ancora quelli già indicati per il frumento e la segala; particolare è invece la spica che è formata di spichette unifloreali, riunite in numero di tre sopra ogni dente dell'asse. Sovente le spichette laterali sono sterili, quindi su ogni dente della rachide non rimane che un sol fiore fertile e alla maturità non vi si trova che un sol granello. Le glume sono strette, piane, acuminate; le glumelle inferiori lanceolate e acute; quelle dei fiori fertili sono sempre lungamente aristate, eccezione fatta dell'orzo triforcato; quelle dei fiori sterili ora sono aristate ora no. Il granello di certe varietà è nudo, più spesso è vestito, cioè dopo la trebbiatura rimane ancora avvolto dalle glumelle.
L'orzo da horrere, irto di punte, è coltivato da tempo antichissimo; esso è frequentemente citato nella Bibbia, e secondo Plutarco sarebbe il primo cereale consumato dagli uomini. L'orzo non ha l'importanza del frumento, del riso o forse neppure del mais, ma si coltiva entro limiti estesissimi, e si trova in tutte le regioni, dalle più calde alle più fredde, della zona equatoriale alle polari. L'orzo, infatti, è il cereale più precoce, quello che ha bisogno di un minor grado di calore o di un minor numero di giorni per maturare; quindi se per un [clicca per continuare la lettura]
verso conviene ai paesi molto freddi, è anche adatto ai paesi molto caldi, perché più facilmente sfugge ai danni della siccità. Nei paesi freddi si coltiva per nutrimento dell'uomo, per l'ingrassamento del bestiame, ma specialmente per la fabbricazione della birra; nelle regioni calde si coltiva pure per nutrimento dell'uomo, ma serve in gran parte all’alimentazione dei muli e dei cavalli. In Italia la coltivazione dell'orzo si estende dalla pianura della Sicilia sino agli altipiani alpini, a 1500 metri di elevazione; la superficie coltivata non raggiunge i 250 mila ettari. La maggior coltivazione si fa nelle provincie meridionali. (...)
Specie e varietà. — Si coltivano molte forme diverse di orzo, alcune delle quali sono state elevate al grado di specie; esse si distinguono specialmente dall'aver tutte le spichette fertili, o soltanto quella di mezzo, su ogni dente della rachide o dall'avere le glumelle aderenti al seme o no. Quando tutti i fiori sono fertili, su ciascuna faccia delle spiche si vedono tre file di semi, e questi orzi si dicono esastici; quando sono fertili soltanto i fiori di mezzo, su ogni lato della spica si ha una sola fila di semi e questi orzi prendono il nome di distici. Ogni specie di orzo esastico ha quasi sempre una corrispondente specie distica, quindi si possono classificare gli orzi in due serie parallele, esastiche e distiche, e ogni serie può suddividersi in due categorie comprendenti le varietà vestite e le nude (...). Gli orzi vestiti sono di gran lunga i più coltivati; quelli nudi servono come succedanei del caffè e a pochi altri usi. L’orzo comune è pure detto orzo quadrato, perché delle sei file di semi, due si confondono colle altre e la spica presenta soltanto quattro spigoli ben pronunziati. Si suddivide in due varietà: una invernale e l’altra primaverile. La varietà invernale è la più coltivata nei nostri paesi; la primaverile, detta anche orzo delle sabbie, è specialmente coltivata nelle regioni settentrionali, perché la sua vegetazione è molto rapida; si contenta anche di terreni poco fertili, ma il seme è piccolo e leggero. L'orzo invernale resiste bene ai freddi di -10° e - 12°, l’altro invece è più sensibile al gelo.
L'orzo piatto, detto pure scandella, orzola, è il più coltivato in Inghilterra e Germania per la fabbricazione della birra. (...)
Clima. — Si è visto che l'orzo è il cereale che si coltiva tra i limiti geografici più distanti. Per maturare in media non gli occorre che da 1600 a 1800 gradi di calore, cioè circa un terzo meno di meno che pel frumento. Nei paesi caldi, come in Arabia, in Egitto, in Algeria, esso sopporta il gran caldo e la siccità meglio del frumento; nei paesi freddi la rapidità con cui vegeta gli permette di dare prodotti là ove nessun altro cereale potrebbe arrivare a maturità. Nella Svizzera si coltiva orzo a 1950 metri di altitudine: si vedono campicelli d'orzo sul colle di Tenda a circa 1700 metri d'altitudine, e Linneo l'ha trovato a Lullea-Lappland da 67° 20' di latitudine. Lo si era seminato il 31 maggio, e per maturare aveva impiegato 58 giorni. Nei nostri paesi le varietà primaverili arrivano a maturità in 3 o 4 mesi. L'orzo si coltiva nei paesi molto freddi; ciò non vuol dire che esso resista a freddi intensissimi senza subire alcun danno: le foti gelate lo dasnneggiano assai ed esso le sopporta meno dell'avena e della segala; ma nei paesi freddi esso seminasi in primavera, e così i rigori dell'inverno non possono colpirlo. La soverchia umidità riesce pure nociva all'orzo, come si è visto che lo era pel frumento.
Terreno. — I terreni che meno convengono all'orzo sono quelli molto tenaci, umidicci, e quelli acidi che si ottengono da dissodamento di boschi, stagni, torbiere, ecc. Fatte queste eccezioni esso si adatta abbastanza bene a tutte le altre qualità di suolo, secondo i climi e il tempo in cui si semina. In generale però sono i terreni di media consistenza, ben forniti di calce, che gli convengono meglio. Si adatta anche alle terre eccessivamente calcaree e ai terreni salmastri delle pioggie marine.
Posto nell'avvicendamento. — Nei paesi freddi l'orzo tiene sovente il posto che altrove si assegnerebbe al frumento: nell’avvicendamento quadriennale di Norfolk esso viene subito dopo le rape, cioè in secondo anno, perché la raccolta tardiva delle radici non permette più la seminagione del frumento. Quando i freddi intensi dell’inverno hanno distrutto qualche coltura, è sovente l’orzo che in primavera ne prende il posto. In Italia l’orzo ha poca importanza; nelle parti calde ove prospera il frumento, non c'è convenienza a sostituire questo cereale con quello; nelle parti fredde e montuose si coltiva specialmente sulle terre che non hanno potuto seminarsi in autunno. L’orzo piatto può prosperare anche dopo il frumento o la segala, perché ha un elevato potere assorbente; nell’antico avvicendamento triennale esso veniva sempre in terzo anno di rotazione. Con l'orzo non si possono fare che quelle poche consociazioni di trifogli e di carote già indicate pel frumento. Il trifoglio anzi si associa meglio all’orzo che a quell’altro cereale, perché rimane più presto libero, facendosi la raccolta dell'orzo due o tre settimane prima di quella del frumento.
L'orzo primaverile ha molto maggior bisogno di concimi dell'orzo autunnale. (...) L’uso diretto del letame è poco indicato per l'orzo prima- verile, val meglio coltivarlo sopra terreno ricco per un’abbondante letamazione dell'anno precedente e completare la concimazione, se occorre, con altri ingrassi di pronto effetto. Il lavoro assorbente delle radici dell'orzo primaverile è molto grande, la pianta è perciò capace di utilizzare anche i terreni magri, che lascia poi molto spossati.
Preparazione del terreno. — L'orzo è fra tutti i cereali, quello che men bene si difende dalle cattive erbe; ha poi delle radici numerose, ma delicate, quindi esige un terreno ben lavorato e finalmente diviso. « Questa pianta sì ghiotta, dice il Gasparin, e che ha una sì bella vegetazione, somiglia a quegli animali delicati che si nutrono bene, s’ingrassano bene, ma che mancano di forza muscolare. » I numerosi lavori che espongono bene la terra all’azione dell’aria e la sminuzzano bene, gli riescono molto utili, anche per la ragione che favoriscono l’ossidazione delle sostanze utili che il terreno contiene e per conseguenza la nutrizione della pianta. Come si è visto più sopra, l’orzo si coltiva spesso in secondo anno di rotazione dopo una raccolta sarchiata; esso profitta allora bene di lavori dati al terreno l’anno precedente e con un’aratura ed un’erpicatura il terreno può trovarsi ben preparato. Se si coltiva dopo un altro cereale non sarchiato occorrono due o tre arature e la preparazione del terreno richiede allora più tempo e più spesa.
Scelta del seme e varietà da coltivarsi. — Gli orzi nudi sono poco coltivati: essi si utilizzano come succedanei del caffè, servono a far minestre e decotti ed a qualche altro uso, ma il consumo è molto limitato, quindi i più coltivati sono gli orzi vestiti, sia che debbano servire per nutrimento dell’uomo e degli animali domestici, sia che si adoperino nella fabbricazione della birra. Nei paesi meridionali si preferiscono poi le varietà autunnali, nei settentrionali le primaverili. Negli orzi destinati alle fabbriche di birra si ricerca una grande uniformità, una grande ricchezza d'amido e una piccola dose di sostanze azotate, le quali determinano una cattiva fermentazione del mosto. A parte questo, la bontà dell'orzo si riconosce alla finezza dell'involucro, alla sua tinta chiara ed uniforme e specialmente alla densità; gli orzi che nella loro categoria mostrano meglio questi caratteri sono quelli che devono scegliersi per seminare. Prima di essere sparso sul terreno l'orzo non riceve ordinariamente alcuna preparazione, esso però va anche soggetto alla malattia del carbone, e quando questa infierisce molto il trattamento col solfato di rame, indicato pel frumento, gli torna anche utile. (...)
Seminagione. — L’orzo autunnale deve essere seminato per tempo, prima del frumento; è necessario che le piante si sviluppino bene prima dell'inverno, altrimenti resistono meno al freddo ed all'umidità. In Francia, nel Belgio, in Germania si semina in settembre e al più tardi al principio di ottobre. Gli orzi primaverili si seminano in gennaio e febbraio nei paesi meridionali, nei nordici si seminano in marzo, aprile e anche in maggio, secondo i luoghi; nello scegliere il tempo propizio bisogna badar molto alle qualità del terreno e alle condizioni del clima, ché dal saper profittare del tempo più opportuno dipende molto l'abbondanza del prodotto. (...) Tuttavia, quando si semina troppo presto in un terreno alquanto argilloso e in un clima piuttosto freddo, sovente succede che, dopo aver germinato, l'orzo si arresti nel suo sviluppo e le foglie ingialliscono; se poi si tarda troppo, il caldo e la siccità non permettono alle piante di cestire e prendere un conveniente sviluppo; esse formano subito la spica, che rimane molto piccola, e si raccoglie poco seme e poca paglia. In Egitto si semina in novembre e si fa la raccolta in febbraio. L'orzo si semina o a righe o a spaglio come il frumento e se ne suole spandere una quantità alquanto maggiore. Secondo Dombasle questa deve essere di 225 a 250 litri per ettaro, se trattasi dell'orzo comune; quello piatto, che ha il seme più grosso, si spande nella proporzione di 250 a 300 litri e quello nudo in ragione di 200 litri. Il Cuppari per l'orzo vestito indica l. 250. Il seme dell'orzo dev'essere ben coperto, specialmente se la terra è molto leggera e la stagione avanzata; lo scarificatore e l'estirpatore possono convenire meglio dell'erpice per tale operazione. Se il terreno è asciutto e molto sciolto, una cilindratura è molto opportuna dopo avere interrato il seme; comprimendo il suolo si facilita l'ascensione dell'acqua dagli strati inferiori, la terra aderisce meglio al seme, la germinazione è più sollecita e regolare.
Cure durante la germinazione. — L'erpicatura primaverile, così utile pel frumento, è meno favorevole all'orzo; la si può tuttavia praticare quando il terreno è piuttosto duro, a condizione però che il cereale sia bene inradicato; torna invece molto opportuna ad esso una scerbatura per nettarlo di tutte le cattive erbe. Se la stagione primaverile è calda e umida può anzi esser necessario ripetere l'operazione una seconda volta. Al sortir dell'inverno, sugli orzi che hanno sofferto pel freddo o per soverchia umidità, è anche giovevole una concimazione in copertura, ma bisogna usare soltanto concimi di prontissima azione, come nitrati, guano sciolto, guano nitrato, concimi liquidi, ecc.
Raccolta. — La spica dell'orzo è molto fragile, perciò la raccolta deve farsi prima che la maturità sia completa; se questa è già molto inoltrata bisogna mietere di sera o di buon mattino, quando le piante sono umide o ancora coperte di rugiada e bisogna rimuoverle il meno che si può. In molti paesi l'orzo non è neppure legato in covoni, ma si lascia per qualche giorno disteso sul suolo e poi si trasporta alla fattoria per mezzo di carri coperti di tela. Se il tempo è piovoso si mette in piccole biche. Se non si trebbia subito bisogna aver la precauzione di non ammucchiare l'orzo se non quando è ben secco; a questa condizione soltanto esso conserva la sua tinta chiara ed uniforme, carattere molto apprezzato dai birrai, perché è garanzia di una regolare germinazione. L'orzo si trebbia coi soliti mezzi; certe qualità conservano, anche dopo la battitura, una parte delle reste; prima di mettere questi orzi in commercio bisogna spogliarneli mediante una speciale operazione, per esempio facendoli passare una seconda volta nella trebbiatrice, battendoli col correggiato per qualche tempo, o stendendoli in un magazzino e poi battendoli con una specie di gratella di ferro, formata di tanti pezzi di lamiera alti 5 centimetri e che formano tra loro delle maglie quadrate larghe 4 o 5 centimetri. Questa graticola è munita di un manico, e si manovra come la mazzeranga dei selciatori.
Prodotto. — Coltivato bene e in un terreno buono l'orzo rende assai; nelle Fiandre le qualità invernine non di rado danno 50 e 60 ettolitri per ettaro e qualche volta 70; questi però sono prodotti massimi, ordinariamente si ottengono da 20 a 30 ettolitri. (...) Dove terreno e clima si prestano bene alla coltivazione del frumento, non vi sarebbe dunque convenienza a sostituire questo cereale con l'orzo. (...) L'orzo è il cereale che produce meno paglia; le varietà autunnali ne danno un po' più delle primaverili e le esastiche più delle distiche. In quanto al pregio della paglia d'orzo le opinioni variano. Il De Gasparin dice che essa è la migliore di tutte e la più stimata per la sua morbidezza e per la facilità con cui è digerita dal bestiame; gli antichi Romani la tenevano pure in conto di eccellente; nei paesi nordici essa è invece messa in ultima categoria. Questa diversità di apprezzamenti si giustifica forse per la differenza del clima e probabilmente anche per le diverse varietà di paglie che si ottengono nelle varie regioni. Nei paesi settentrionali si coltiva molta avena e molto frumento tenero, cereali che dànno paglie eccellenti; nei meridionali invece l'avena ha pochissima importanza e i frumenti coltivati appartengono in gran parte alle categorie dei turgidi e dei duri, che danno paglie piene e dure; quindi si comprende come in queste regioni la paglia di orzo possa sembrare buona, mentre nelle prime si dice poco buona o mediocre, perché se ne ottengono delle altre migliori. L'orzo si coltiva sovente nell'Italia centrale e meridionale come erbaio autunnale e primaverile, consociandolo con la veccia, la favetta, il trifoglio incarnato, ecc. (...)
Malattie. — Questo cereale è soggetto principalmente a due malattie: alla ruggine ed al carbone, tutte due difficili a combatterle. Si consiglia come rimedio preventivo, di non coltivare l'orzo nei luoghi umidi, di risanare bene i terreni destinati alla sua coltivazione, di non farlo ritornare spessa sui medesimi appezzamenti e, per combattere il carbone, di trattare il seme col solfato di rame, o coll'acqua calda, come è già stato indicato pel frumento.
Foto di © Giacomo Bellone
avena
oat
https://it.wikipedia.org/wiki/Avena_sativa
Carattere dell'avena e sua importanza. — I caratteri distintivi di questa graminacea consistono nell'infiorescenza a pannocchia composta; gli assi secondari sono lunghi e sottili, ora semplici, ora ramificati, e portano ciascuno un piccolo numero di spighette. Queste contengono da 2 a 4 fiori, ma d'ordinario due soltanto sono fertili. Le glume sono larghe, ovali, debolmente carenate, acuminate, quasi eguali e lunghe ordinariamente quanto tutta la spichetta. Le glumelle esterne o inferiori sono vellutate, lanceolate, bifide o bidentate all'apice, e portano ordinariamente inserite sul dorso una resta con ginocchietto, ma qualche volta questa resta manca. Le glumelle superiori sono più brevi e glabre. La cariosside è lunga, solcata, vellutata alla sommità, e nelle varietà comuni strettamente avviluppata dalle glumelle. L'albume è abbondante e molto bianco.
Non si conosce in modo preciso la patria dell'avena. De Candolle la crede originaria dell'Europa orientale o della Tartaria; non pare che i Greci ed i Romani abbiano coltivata l'avena, ma questi la conoscevano, e Plinio dice che essa serviva di alimento ai Germani. L'avena nuda è da lungo tempo coltivata nella Cina. Attualmente la coltivazione dell'avena è specialmente estesa nell'Europa centrale e settentrionale ed essa è proporzionata allo sviluppo della produzione equina; nei paesi caldi la sua importanza è molto piccola, e se l'avena è alquanto coltivata in Italia, ciò è dovuto alla grande estensione dei nostri terreni montuosi. (...) [clicca per continuare la lettura]
Classificazione. — Le forme delle avene coltivate sono anche molto numerose; esse si differenziano principalmente per il diverso aspetto delle pannocchie, per il numero dei fiori contenuti in ogni spighetta, per il colore delle glumelle, per essere queste aderenti o no al seme, ecc. Luigi Vilmorin ne distinse tre specie particolari: Avena sativa, Avena brevis, Avena nuda, che suddivise in otto sezioni, descrivendo in totale più di 100 varietà particolari.
AVENA SATIVA. Spighette con due e raramente con tre fiori, glume più lunghe del granello, seme vestito, sovente aristato e in questo caso l'arista non esiste che sul granello inferiore; pannocchia poco fitta, peduncoli ramificati. (...)
AVENA BREVIS. Pannocchia rada poco sviluppata, spighette con due o tre fiori, di cui due soli sono abitualmente fecondi, glume e glumelle corte, la gluma inferiore terminata da due punte bene appariscenti, formate dal prolungamento delle nervature. Il granello è aristato, la paglia lunga. Costituisce una sola sezione. Quest'avena è molto robusta ed è specialmente adatta a coltivarsi per foraggio.
AVENA NUDA. Spighette con 6 o 7 fiori; glume e glumelle molto lunghe, granello nudo con pochi peli fini e fragili. (...)
Uso. — L'avena è specialmente coltivata per gli animali domestici; in tutti i paesi freddi e temperati d'Europa essa serve principalmente alla nutrizione del cavallo, al quale dà forza, vigore e brio e conviene meglio di qualunque altro cereale. L'azione eccitante dell'avena è dovuta ad un alcaloide speciale, l'avenina, contenuto nel suo pericarpo, il quale ha la proprietà d'eccitare le cellule motrici del sistema nervoso. Quest'azione eccitante, così utile sulle razze linfatiche e nei paesi a clima freddo e umido, diventa non solo inopportuna, ma ben anche pericolosa nei paesi caldi, e in questi difatti l'avena è sostituita dall'orzo nell'alimentazione del cavallo. Nei paesi più settentrionali d'Europa l'avena, sotto forma di semolino, entra anche molto nell'alimentazione dell'uomo; gli Scozzesi specialmente ne fanno molto uso e ad essa attribuiscono in gran parte la loro robustezza; se ne fanno anche focacce, o si mescola con altre farine per fare del pane. In Germania e nel Belgio si fabbrica coll'avena una birra bianca, leggera, molto frizzante e di gusto gradevole, che è considerata molto salubre. L'avena infine è sovente coltivata per foraggio verde, o sola, o mescolata con veccia, fava, orzo, trifoglio incarnato, ecc.
Clima. — L'avena è generalmente considerata come un cereale molto robusto, tuttavia conviene distinguere le varietà autunnali dalle primaverili. L'avena d'autunno ai freddi e alle alternative di gelo e disgelo resiste meno bene del colza, delle vecce e della segala: per prosperare essa richiede inverni dolci e piovosi, come quelli di certi paesi dell'Europa meridionale e in queste contrade infatti la poca avena che si coltiva è sempre seminata d'autunno. L'avena di primavera è invece molto resistente alle inclemenze delle stagioni; essa sopporta molto bene i freddi che nei paesi molto elevati e nelle contrade nordiche la colpiscono nei primi tempi del suo sviluppo e qualche volta anche quando è prossima a maturare; la sua coltivazione è quindi molto importante per tali regioni.
Terreno. — L'avena ha una qualità agricola molto preziosa: è uno dei cereali meno esigenti per le qualità del terreno; essa può riuscir bene nei compatti e nei leggieri, nei freddi e nei caldi, prospera sui recenti dissodamenti dei terreni acquitrinosi, di lande, di boschi, di prati, di stagni e sopporta anche bene la siccità. Per la sua resistenza alle avversità, per la sua facile adattabilità alle diverse condizioni di terreno, l'avena è una di quelle piante che potrebbero essere coltivate in un maggior numero di paesi.
Posto nell'avvicendamento. — L'avena è generalmente trattata come il cereale meno degno di riguardi, e nella rotazione le si assegnano i posti meno buoni; nell'antico avvicendamento triennale essa veniva sempre nell'ultimo anno e ancora adesso in molti luoghi essa si coltiva dopo un primo o dopo un secondo cereale, cioè quando il terreno è già stato molto sfruttato e più non si presterebbe proficuamente ad altra coltivazione. Si utilizza così il suo elevato potere di assorbimento delle sostanze utili contenute nel suolo, fatto dovuto specialmente al grande sviluppo delle sue radici. Essa però non è sempre così trascurata dagli agricoltori: si è visto che utilizza bene i terreni ricchi di materie organiche, che essa alletta anche difficilmente e queste sue proprietà la rendono atta a trarre buon partito dei terreni molto ricchi d'azoto o copiosamente letamati da poco tempo. Infatti in parecchi luoghi l'avena si mette in secondo anno di rotazione, cioè subito dopo le piante sarchiate e in queste condizioni essa riesce a meraviglia e dà prodotti molto abbondanti. L'avena riesce anche molto bene dopo i trifogli, l'erba medica, il sanofieno, la sulla, gli erbai, ecc. Potendosi seminare in primavera essa offre anzi il vantaggio di poter utilizzare questi prati sino al più tardo autunno. Coll'avena si possono fare le solite consociazioni già indicate per gli altri cereali. (...)
L'avena è pianta da terreni ricchi e da terreni poveri, egualmente adatta alle condizioni di un'agricoltura intensiva e di una molto estensiva; poche coltivazioni traggono sì buon partito d'un terreno già spossato da altre piante, perciò non di rado si abusa di questa attitudine, e non solo si nega ogni concimazione diretta all'avena, ma non la si coltiva che due o tre anni dopo che quella è stata data al terreno. Una tale proprietà non esclude però che essa profitti, altrettanto bene che le altre coltivazioni, delle buone e abbondanti concimazioni o d'una grande fertilità naturale del suolo; essa è specialmente sensibile alle concimazioni azotate di pronto effetto e paga bene le anticipazioni che le fa l'agricoltore; posta in buone condizioni dà prodotti, che, in peso, superano quelli del frumento. Ad essa giova bene il letame; la marna e la calce, nei terreni non calcari, producono eccellenti effetti; i panelli di semi oleosi, il concime umano, il guano, possono tutti adoperarsi con vantaggio. (...)
Preparazione del terreno. — In generale non sono molto numerosi i lavori che si dànno al terreno per la coltivazione dell'avena; sovente la si semina sopra una sola aratura, fatta durante l'inverno o in principio della primavera, seguita da una o più erpicature, che procedono immediatamente lo spandimento del seme. Le buone qualità di cui essa è fornita le permettono di riuscir bene anche con questa incompleta preparazione, specialmente se segue a una pianta che ha lasciato il terreno sufficientemente soffice negli strati profondi. Se trattasi però di terreni argillosi e se l'avena fa seguito ad un altro cereale, che non solo ha lasciato costipare il terreno, ma l'ha anche molto impoverito e l'ha lasciato infestare dalle cattive erbe, allora occorrono maggiori lavori, se si vuole che la pianta riesca bene, specialmente se trattasi d'avena primaverili. Data una buona aratura prima dell'inverno, quando si approssima il tempo di seminare se il terreno è coperto di cattive erbe se ne dà una seconda, altrimenti si passa lo scarificatore un paio di volte e si termina la preparazione con l'erpice. Per l'avena d'autunno non occorre sminuzzare tanto la terra, se questa è di natura compatta, e due o tre lavori possono essere sufficienti.
Scelta e preparazione del seme. — I semi dell'avena non maturano tutti nello stesso tempo sulla pannocchia; in un mucchio di questo cereale, insieme con semi completamente maturi, non di rado se ne trovano di quelli incompletamente formati, che non germinano o che danno soltanto origine a piante meschine. È utile che questi semi difettosi vengano eliminati e non si adoperino che quelli ben maturi e più pesanti; la separazione può farsi con un buon vaglio o gettando il seme nell'acqua mettendo da parte i granelli che rimangono alla superficie. L'avena è frequentemente attaccata dal carbone: si può preparare il seme, come quello del frumento, mediante il solfato di rame o con l'acqua calda, secondo il processo Jensen.
Seminagione. — Nei paesi caldi e asciutti l'avena non ha molta importanza; quello che si coltiva si semina all'autunno, come il frumento e l'orzo. Nelle contrade fredde, ove principalmente questa pianta è coltivata, la stagione ordinaria per la seminagione è la primavera. L'avena desidera, in principio della vegetazione, un clima e un terreno piuttosto freschi; essa resiste bene ai freddi non eccessivamente intensi, epperciò la si semina per tempo, e tanto più presto, quanto più leggero è il terreno e più asciutta la primavera. Avena di febbraio riempie il granaio. In Russia, ove l'estate asciutta e calda succede quasi immediatamente ai freddi rigorosi dell'inverno, si semina l'avena appena che il terreno comincia a sgelare; nei paesi del Belgio e dell'Olanda si può tardare sino a aprile e maggio, ma bisogna tener conto della costante freschezza di quei terreni e di quel clima tanto piovoso. L'avena si semina ordinariamente a spaglio, le seminatrici a righe potrebbero però adoperarsi come per gli altri cereali e coi medesimi vantaggi. La quantità di seme che s'impiega è molto abbondante, se si calcola a volume; usando le seminatrici che distribuiscono il seme in linea, se ne adoperano da 150 a 200 litri, secondo che si tratta di avena autunnale o primaverile; seminando a mano se ne spandono 200 o 300 litri in autunno e 300 o 400 in primavera. Le circostanze da prendersi inconsiderazione per fissare queste quantità sono sempre le medesime; in generale bisogna usare tanto più seme, quantomeno buona ne è la qualità, quanto meno tallisce la varietà che si coltiva, quanto più tardiva è la seminagione, quantomeno bene preparata è la terra, quanto più essa è povera, ecc. Quando si semina a spaglio o alla volata, l'operaio incaricato di tal lavoro deve aver l'avvertenza d'incrociare sempre i getti della mano per avere una seminagione regolare; essendo il seme leggero, è più difficile di avere uno spandimento uniforme. Il seme s'interra con l'aratro, con l'erpice o con lo scarificatore; il primo metodo è poco da consigliarsi, perché lungo e perché l'avena resta sovente sepolta troppo profondamente; non può convenire per pei terreni molto leggeri. Se si usa l'erpice, una sola operazione non è quasi mai sufficiente; bisogna dare due erpicature incrociate; ma se il terreno è leggero, val meglio usare lo scarificatore o l'estirpatore, e se trattasi di seminagione primaverile, spesso è utile terminare con una cilindratura.
Cure durante la vegetazione. — Una o due erpicature sono quasi sempre necessarie all'avena d'autunno, quand'essa ha dai 10 ai 15 centimetri d'altezza, se fu seminata su terra forte. Queste operazioni devono eseguirsi presto in primavera e quando il terreno non è umido, nè molto asciutto; esse distruggono le cattive erbe, rompono le zolle e la crosta del suolo, favoriscono il cestimento delle piante, ecc. Nei terreni un po' leggeri o molto porosi è anche utile la cilindratura; essa fortifica le piante, rende più facile la mietitura e impedisce i danni di un piccolo verme, che incerti terreni ricchi fa molti guasti. I concimi di pronta azione, sparsi in superficie prima della erpicatura, giovano all'avena come a tutti gli altri cereali. Nelle Fiandre sulle terre sciolte si sparge sovente del concime liquido, alla dose di 15 a 20 m³ per ettaro. Nei terreni molto ricchi e nelle annate piovose l'avena qualche volta alletta anche, ma il danno è meno grave che pel fru-mento.
Raccolta. — L'avena non matura tutta nello stesso tempo, ma essa ha anche la proprietà di completare la maturazione dopo essere stata mietuta; quindi, appena si vedono i primi semi maturi, gli agricoltori si affrettano a mieterla per timore di perdere una parte del prodotto. Conviene però notare che se certe avene, quando sono mature, lasciano cadere i semi con la massima facilità, altre varietà invece non si sgranano che difficilmente: di queste quindi si può ritardare la raccolta, mentre quelle devonsi mietere al più presto possibile. La mietitura si fa coi soliti mezzi, ma, quando si miete a braccia, per l'avena è molto indicata la falce, che fa un lavoro molto più spedito del falciolo. Falciata che sia, l'avena da noi si suole subito legare in covoni, che poi si ammucchiato in vari modi, come è stato accennato pel frumento. In Francia si suole spesso lasciar il cereale disteso sul suolo a manipoli senza legarlo; è un metodo molto semplice ed economico, ma si perdono molti semi e, se il tempo è cattivo, tutta la raccolta ne soffre. Secondo molti agricoltori il metodo migliore consiste nel mettere l'avena non legata in piccole biche cilindriche, con la sommità foggiata a cono e coperte con un grosso covone ben legato. Il seme completa bene la sua maturazione, non va soggetto a perdite e la paglia conserva tutte le sue buone qualità.
Prodotto. — I prodotti dell'avena sono dei più variabili, per la grande diversità di condizioni in cui si coltiva; si ottengono dei prodotti di 10 e 15 ettolitri e si va sino a 60, a 70 e più ancora. Con la scelta di una buona varietà, con una buona preparazione del terreno e un'abbondante concimazione si possono ottenere più facilmente dei prodotti massimi di avena, che di frumento o di segala. Le buone avene pesano in media da 45 a 50 kg. l'ettolitro, quelle cattive da 35 a 40; le varietà invernali pesano di più e arrivano sino a 55 e 56 kg. Le avene nude sono naturalmente più dense e pesano da 65 a 68 kg. l'ettolitro. L'avena produce più paglia dell'orzo, ma meno del frumento e della segala. (...) Secondo Boussingault, per ogni ettolitro di seme si ottengono 70 kg. di paglia e 10 kg. di pula. La paglia d'avena è la più stimata come foraggio. (...) La pula di avena, quand'è senza terra e non ha subìto avarie, è con vantaggio utilizzata nell'alimentazione del bestiame; si mescola con barbabietole, carote o altre sostanze acquose e gli animali la consumano volentieri.
Malattie. — Come i cereali precedenti, l'avena è soggetta alle malattie della ruggine e del carbone; il seme invece è poco danneggiato dei soliti insetti.
Foto di © Giacomo Bellone
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grano saraceno (pseudocereale)
buckwheat (pseudocereal)
https://it.wikipedia.org/wiki/Fagopyrum_esculentum
Sono piante di cotiledoni, divisione delle Apetale, famiglia delle Polygonacee. Classe VIII di Linneo (Octandria).
Sono piante annue, a fusto erbaceo, ramificato; le foglie sono sagittate, alterne; le inferiori munite di lungo picciuolo, le superiori sessili. Al punto di inserzione trovasi una stipula in forma di anello membranoso. I fiori sono ermafroditi, il perigonio è persistente, petaloide, a cinque lobi; gli stamini sono in numero di otto; l'ovario è sormontato da tre stili. Il frutto è una cariosside, di colore quasi nero, a facce triangolari. I fiori sono disposti a spica all'ascella delle foglie e in corimbo all'estremità delle ramificazioni. Il Fagopyrum esculentum si distingue dalle altre due specie per i fiori più grandi, bianchi o rosei, e per i frutti a spigoli intorti. (...) Tale specie cresce naturalmente nella Manciuria, sulle rive del fiume Amur, nella Dauria e presso il lago Baikal (Siberia); i Romani ed i Greci non la conoscevano; essa fu importata in Europa dalla Tartaria e dalla Russia nel medio evo. La sua coltivazione cominciò ad estendersi nel centro d'Europa durante il secolo XVI; è la specie più coltivata. Il grano saraceno, quantunque non appartenente alla famiglia delle graminacee, è generalmente classificato fra i cereali, perché le sue cariossidi sono piene di farina, e per la sua composizione ha molta analogia con quella dei semi delle graminacee. [clicca per continuare la lettura]
Foto di © Giacomo Bellone (2010)
Foto di © Giacomo Bellone (2010)
La coltivazione del grano saraceno è principalmente estesa in Russia, in Polonia, in Germania, in Francia (parte centrale e occidentale), in Olanda, Scozia, ecc. In Italia essa ha pochissima importanza; in molte regioni è completamente sconosciuta ed è un poco diffusa soltanto nella regione alpina. La farina di questo cereale è da noi specialmente consumata sotto forma di polenta; in altri paesi, mescolata con farina di frumento o d'altri cereali, serve anche alla panificazione, serve a fare dei biscotti e delle focacce, oppure si consuma in minestra o allo stato di semolella. Il grano saraceno è anche spesso coltivato per foraggio e qualche volta come pianta da sovescio; per questi ultimi usi conviene meglio la specie tartarica. Il fiore del grano saraceno è molto visitato dalle api e procura loro un abbondante e gradito pascolo. (...)
Queste piante esigono un clima temperato, piuttosto umido che secco ed hanno uno sviluppo rapidissimo, quindi sono molto più adatte alle regioni centrali e settentrionali d'Europa, che a quelle meridionali; in Italia esse non prosperano che nella zona alpina. Il grano saraceno soffre per le più piccole gelate, come pure per i venti freddi, per i grandi calori estivi e le persistenti siccità; soltanto nei climi freschi e dolci fornisce un prodotto sicuro, altrove esso è molto incerto. Thaer dice che il grano saraceno vuole un tempo secco immediatamente dopo essere stato seminato, che richiede della pioggia quando la pianta incomincia ad emettere la sua terza foglia e che domanda pioggie alternate col bel tempo nel lungo periodo della fioritura. Durante questa il grano saraceno soffre molto se vengono giornate temporalesche con scariche elettriche. Dopo la fioritura ama di bel nuovo il tempo asciutto. In clima conveniente il grano saraceno è una pianta preziosa, perché può adattarsi a terreni molto mediocri, purché non troppo tenaci o umidi. I terreni silicei, granitici, schistosi, vulcanici sono quelli in cui cresce meglio, come pure prospera nelle terre provenienti da recenti dissodamenti di lande e nelle terre torbose, purché siano ben rissate. Nella Bretagna e nell'Olanda il grano saraceno è la prima pianta che si coltiva sui terreni recentemente dissodati; dov'è in uso il maggese è pure dopo questo che si suole coltivare, ma si concima il terreno dopo la sua raccolta. In Italia sulle Alpi si coltiva alla fine della rotazione, dopo gli altri cereali; nella pianura prealpina, ove esso è pure qualche poco coltivato, ordinariamente si semina in seconda raccolta, dopo il colza, il frumento, la segala, l'orzo, le vecce, ecc. e si raccoglie in autunno. Se questa stagione è buona e le pioggie alternano col bel tempo, il raccolto riesce discreto; ma qualche volta il cereale è sorpreso dalle gelate prima che sia maturo, o il tempo diventa troppo umido per nebbie o pioggie prolungate, e allora la raccolta è difficile e meschino il prodotto. In mezzo al saraceno si può con vantaggio seminare il trifoglio o altre piante da prato temporaneo. Qualche volta si seminano anche le rape.
Questo cereale esige un terreno molto sciolto e privo di gramigna, quindi secondo la natura e lo stato del suolo occorrerà un numero minore o maggiore dei lavori. In Bretagna, ove la sua coltivazione ha molta importanza, i contadini esprimono questo bisogno del grano saraceno dicendo che esso dev'essere seminato con cenere e nella cenere. (...) Nelle regioni settentrionali più adatte a questa coltivazione il grano saraceno si semina in primavera, dopo il passato pericolo delle brinate; così pure si fa nelle alte valli alpine; quel poco che si coltiva nella pianura pedemontana si suol seminare invece alla fine di giugno, in luglio e qualche volta anche in agosto. In tali condizioni, se l'autunno è bello, il grano saraceno, per la sua brevissima vegetazione, arriva ancora a maturazione prima dei freddi invernali; ma spesso è danneggiato dalle pioggie prolungate dell'ottobre. La seminagione si fa alla volata e in modo piuttosto rado; per ettaro si spandono da 80 a 100 litri quando la pianta si coltiva per il seme; se si coltiva per il foraggio se ne adoperano circa 150 litri. Al tempo della semina il terreno non dev'essere inzuppato d'acqua; il seme vuole essere leggermente coperto con l'erpice. Il grano saraceno cresce in fretta, ramifica molto e non tarda a coprire tutto il terreno, quindi non gli si sogliono dare cure speciali. Se si è seminato in estate, come seconda coltura, è quasi sempre necessario d'innaffiarlo una o due volte prima che arrivino le pioggie d'autunno.
La fioritura di questo cereale dura molto tempo; sulla stessa pianta già si trovano grani maturi quando vi sono ancora fiori da sbocciare, bisogna quindi esaminare bene lo stato delle piante per saper scegliere il tempo più propizio per fare la raccolta. Quando un buon numero di semi è maturo, si miete il cereale con la falce o col falciuolo; gli strumenti devono essere ben taglienti, affinché scuotano poco le piante. Queste sono ancora verdognole; per farle essiccare senza perdere molto seme si legano subito in covoni non molto grossi, che si drizzano in piedi, formando dei mucchietti conici con tre o quattro di essi. Le piante così si disseccano, e la maturazione del seme si compie senza bisogno di rivoltare i covoni e far cadere molti granelli per terra. Compiuto il disseccamento, si trasporta il raccolto alla fattoria entro coperto e là si mette in bica o si batte immediatamente.
Il prodotto è molto variabile, specialmente a causa della grande sensibilità della pianta alle intemperie; essa produce molto quando cresce in condizioni favorevoli, ma la fioritura può essere danneggiata da alcune avversità e allora la maggior parte dei fiori aborticono e il prodotto è quasi nullo. È perciò che il Bürger disse che la coltivazione del saraceno poteva paragonarsi ad una lotteria e che l'agricoltore doveva attendere la raccolta per sapere se aveva perduto o guadagnato. (...)
Foto di © Giacomo Bellone
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fagioli, piselli, lenticchie, fave, ceci, vecce, cicerchie, lupini, ecc.
patata, barbabietola, carota, rapa, ecc.
aglio, cipolla, bietola, cardo, cavolo, lattuga, zucca, melone, pomodoro, ecc.
tessili (canapa, lino, cotone, ortiche, ecc.), oleose (sesamo, arachide, colza, camellina, ecc.). tintoriali (robbia, pastello, reseda, zafferano, ecc.), diverse (tabacco, cicoria, senapa, cardo, ecc.)
canapa coltivata
Cannabis sativa
https://it.wikipedia.org/wiki/Cannabis_sativa
Pianta annua dicotiledone, classe delle Apetale, fam. delle Orticacee o delle Canabinee, classe XII di Linneo (Dioecia).
Caratteri botanici. — La canapa ha una grossa radice a fittone e un fusto fistoloso e robusto; esso si eleva diritto ed esile, se le piante crescono in massa fitta, ingrossa molto e ramifica fin dalla base, in modo da somigliare ad un arboscello, se le piante sono isolate. L'altezza è variabile e può arrivare, anche nei nostri paesi, a 4-5 m., più spesso è compresa fra m. 1,5 e 2. Gl'individui che portano i fiori femminei sono più grossi e più alti degli altri, e volgarmente sono detti maschi, mentre si chiamano femmine le piante più deboli, che portano i fiori maschili. Le foglie sono opposte, digitate, con 5-7-9 divisioni quasi uguali e dentate. I fiori sono di colore verdastro; i maschili nascono su rametti ascellari e formano piccoli grappoli; i femminei sono poco numerosi e si trovano raccolti a gruppetti all'ascella delle foglie superiori. I fiori maschili hanno un perigonio con 5 segmenti, e portano 5 stami a filetti corti, ma con lunghe antere; nei femminei il perigonio è membranoso, a orlo intero, ed è strettamente applicato sull'ovario. Questo è sessile e porta uno stilo bifido, stimmi filiformi, bianchicci; il frutto è un achenio globoso, un po' schiacciato, sviluppato dal perigonio molto sottile. Volgarmente è detto canapuccia. La materia tessile consiste nelle fibre del libro. [clicca per continuare la lettura]
Paese d'origine e importanza della coltivazione. —Il Paese originario della canapa non è conosciuto in modo preciso, ma è probabile che sia l'India o la Cina; attualmente essa trovasi ancora spontanea a mezzodì del mar Caspio, nel deserto dei Ghirghisi, in Siberia al di là del lago Baikal e in qualche altra regione dell'Asia. Le più antiche opere cinesi fanno menzione della canapa, ed essa è coltivata in India da tempo remotissimo; i Greci invece appena la conobbero, se la coltivarono, ciò fu fatto molto in piccolo. Degli antichi scrittori latini il primo a parlare della canapa è stato Lucilio (100 anni a. C.), essa però doveva essere coltivata in qualche parte d'Italia da tempo più remoto. Si sa che sotto gli Imperatori questa coltivazione era molto importante nell'Emilia, e la maggior parte della canapa che occorreva per gli usi della guerra si traeva da Bologna e da Vienna nelle Gallie. Anticamente nei nostri paesi non si adoperava la canapa che per far corde, reti da pesca, da caccia, ecc.; l'utilizzazione della medesima nell'arte della tessitura è di data relativamente recente: ciò avvenne verso il 1500, e gli storici ricordano che fra le rarità del corredo di nozze di Caterina de' Medici, quando nel 1533 andò sposa a Enrico II, si trovavano due camicie di tela di canapa. La canapa è molto coltivata in varie regioni dell'Asia, in Africa, nell'America del Nord e nella maggior parte degli Stati d'Europa, cioè in Russia, Germania, Austria, Francia, Spagna, Portogallo, Belgio, Olanda, Grecia, Turchia; essa è poi l'oggetto d'una delle più belle e rinomate coltivazioni d'Italia, che per questa specie di prodotto ha acquistato una reputazione mondiale. (...) La materia filamentosa della canapa non è fina come quella del lino, ma ha il pregio d'una maggior lunghezza e di una tenacità assai superiore, quindi per certi usi essa non ha rivali di sorta. Oltre alle materia tessile, la canapa dà ancora dell'olio dai suoi semi, e nei paesi orientali fornisce l'inebriante hashish.
Varietà. — Si coltivano diverse varietà di canapa, più o meno differenti fra di loro. Ecco le principali:
1° La canapa comune, i cui fusti arrivano all'altezza di metri 1,50 a 2; è quella che si coltiva in buona parte d'Italia e in Francia.
2° La canapa di Piemonte, di Bologna, o gran canapa. — Bella razza, assai più alta della precedente, potendo arrivare a 4 e 5 metri; si coltiva in Piemonte, nell'Emilia, nelle Romagne, nelle Marche e nella Campania.
3° La canapa piccola a fusto rosso. — Si coltiva in qualche luogo della Toscana.
4° La canapa di Angiò. — È una bella varietà, la quale non è altro che il prodotto della 2ª e 3ª generazione della canapa di Piemonte, coltivata nelle buone terre della valle della Loira.
5° La canapa della Cina o canapa gigantesca - Tsing-mai dei Cinesi. — Razza più alta ancora di quella di Bologna; vuole un clima molto caldo e stenta a maturare i semi anche nelle parti più meridionali di Europa.
6° La canapa dell'India - Tekhrouri - Kif. — È la razza che si coltiva nei paesi orientali per l'hashish; come pianta tessile ha poca importanza, perché è tardiva, piccola e dà filaccia di mediocre qualità. Le foglie e le estremità fiorite sono molto odorose e impregnate d'una sostanza gommo-resinosa; si raccolgono per preparare l'hashish, il quale procura, fumandolo, un'ebbrezza, una specie di estasi simile a quella che produce l'oppio.
Clima. — Come tutte le piante annue che crescono in fretta e che compiono tutte le fasi della vita in pochi mesi, la canapa può coltivarsi sotto climi molto differenti, ma i migliori prodotti si ottengono in quelli piuttosto caldi e umidi, perché sotto l'influenza di una temperatura elevata e di molta freschezza si ha una più rigogliosa vegetazione e le piante possono raggiungere una maggiore altezza. La canapa deve inoltre essere poco esposta all'azione dei venti; quindi non si deve coltivare che in luoghi riparati, altrimenti produce un tiglio grossolano, nodoso e poco stimato.
Terreno. — L'abbondanza e la qualità del prodotto di questa pianta è strettamente dipendente dal suo sviluppo in altezza; essa non dà prodotti pregevoli che nei terreni veramente buoni, sia per fertilità, che per freschezza e profondità. Gli agricoltori sogliono destinare alla canapa i loro migliori terreni vallivi, di media consistenza e che, senza essere umidi, hanno la proprietà di mantenersi lungamente freschi. Sui terreni aridi, sulle terre compatte, fredde ed umide la canapa intristisce e non è mai bella, come non è mai tale sulle terre poco profonde, ove le sue potenti radici non possono svilupparsi liberamente. (...)
Posto nella rotazione. — Nei piccoli poderi spesso si destina stabilmente alla canapa un dato appezzamento di terreno, sul quale essa si coltiva ogni anno e per un tempo indefinito; nella grande coltura questa pianta entra negli ordinari avvicendamenti, ritornando più o meno spesso sulle medesime terre. (...)
Preparazione del terreno. — Ha una grande importanza sulla buona riuscita della coltivazione; il terreno dev'essere lavorato profondamente, bene diviso e reso omogeneo in tutta la sua massa. Nella piccola coltura si dà un profondo lavoro di vanga, poi si spiana e si sminuzza il terreno in superficie col rastrello; nei medi e grandi poderi si eseguiscono per la canapa i migliori lavori di rinnovo. (...)
Scelta del seme. — Quando si coltiva la canapa espressamente per produrre tiglio scelto non si ottiene mai del buon seme, sia perché le piante crescono troppo fitte, sia perché si raccolgono prima della maturità. Per avere un buon seme bisogna fare una piccola coltura a parte o importarlo da quei paesi che godono d'una buona riputazione per tale genere di prodotto. Il buon seme dev'essere d'un colore grigio scuro, lucente, ben nudrito, pesante e dell'ultima raccolta. In Italia è molto stimato quello che si raccoglie nei dintorni di Torino e che va in commercio col nome di canapa di Carmagnola, il quale è anche favorevolmente conosciuto in Francia.
Seminagione. — La canapa si semina in primavera il più presto possibile, ma quando non c'è più il pericolo di forti brinate; questa seminagione è generalmente fatta a spaglio, sia per mezzo di macchine, sia a mano da abili operai. Questi, per potersi meglio regolare, ammesso che il terreno sia stato lavorato in piano, lo dividono in tante zone di 2 o 3 metri di larghezza e ripassano due volte su ciascuna di esse. Il seme si copre poscia con l'erpice a denti fitti, oppure, nella piccola coltura, col zappetto e si agguaglia il terreno col rastrello. In qualche luogo si usa pure di se- minare la canapa a righe più o meno fitte. La canapa si deve sempre seminare fitta affinchè le piante crescano snelle e senza ramificazioni, ma la quantità effettiva di seme che si adopera nei diversi paesi varia molto. Ciò dipende specialmente dalla varietà che si coltiva, dalla qualità di tiglio che si vuole ottenere, e dalle condizioni del terreno e del clima, che possono permettere uno sviluppo maggiore o minore delle piante. Se si vuole tiglio molto fino, se le piante non possono arrivare che all'altezza di 1-2 metri, si semina fittissimo, adoperando sino a 3 a 4 ettolitri di seme per ettaro; se si vuole canapa da cordami, se le piante devono arrivare sino a 3-4 metri di altezza, si semina più rado, spandendo soltanto da 60 a 100 litri di canapuccia. Nel Bolognese se ne adoperano da 65 a 75 litri. Dopo di aver coperto il seme, i piccoli agricoltori usano ancora di spandere sul terreno un leggero strato di letame grossolano, di pagliuzze, di canapuli o d'altre simili sostanze. Se ne ottengono tre buoni effetti: la terra si conserva fresca, non indurisce alla superficie e gli uccelli recano minori danni al seminato.
Cure consecutive. — Sono poco numerose, perché la canapa cresce in fretta e, coprendo presto il terreno di un'ombra fitta, non tarda a dominare e soffocare le piante avventizie; tuttavia, siccome è molto importante che i canapai siano ben netti, sovente si dà loro una sarchiatura con lo zappetto, quando le piante sono ancora piccole. Col sarchiello si distruggono le cattive erbe, si diradano le piante nei luoghi ove sono troppo fitte e nello stesso tempo si rompe la crosta del terreno, facilitando la circolazione dell'aria e la conservazione della freschezza. Gli operai che eseguiscono questo lavoro generalmente camminano a piedi nudi, per danneggiare la coltivazione il meno che sia possibile. (...)
Irrigazione. — Nel Lucchese, in Sicilia, in Piemonte, in qualche luogo dell'Italia centrale e in altri paesi ancora si usa d'irrigare la canapa; il sistema d'irrigazione usato è quello per sommersione o per infiltrazione; per poterla praticare bisogna aver disposto opportunamente il terreno prima della semina. L'irrigazione si ripete ogni 12-15 giorni, ma poche volte, perchè la maturità delle piante arriva presto.
Raccolta. — La raccolta della canapa, volendo ottenere del buon tiglio, deve sempre esser fatta prima della maturità fisiologica, perchè negli ultimi tempi non soltanto la materia tigliosa non aumenta più, ma ha tendenza a diminuire e la fibra diventa meno morbida e meno elastica. Il tempo propizio per raccogliere la canapa è quello che segue alla fioritura; però, essendo essa una pianta dioica, si osserva che gl'individui portanti i fiori maschi subito dopo l'emissione del polline, dànno segno di deperimento, mentre i piedi femminei si conservano in buona attività ancora per parecchio tempo. Perciò in varî luoghi si usa, specialmente nella piccola coltura, di fare questa raccolta in due volte, cioè si stirpano o si tagliano, poco dopo l'emissione del polline, tutte le piante a fiori maschi, le quali dai contadini sono dette femmine, e un po' più tardi, quando i semi sono già più o meno formati, si raccolgono le vere piante femmine, le quali volgarmente sono dette maschie, perché più grosse e più vigorose delle altre. Però nel Bolognese, nel Ferrarese, nella Campania e, in generale, in tutti i paesi di grande coltura la raccolta si fa tutta in una volta, subito dopo la sfioritura delle piante maschili, il che avviene, nell'Italia centrale, verso la fine di luglio o ai primi giorni d'agosto. Nella grande coltura, e in tutti i luoghi ove le piante prendono un grande sviluppo, la canapa non si estirpa, ma si tronca la pianta vicino a terra per mezzo d'un robusto falcetto; l'operaio prende gli steli con la mano sinistra, con la destra li recide e le mannelle falciate sono regolarmente deposte sul suolo sovrapponendole in croce a due a due, come tanti X. Dopo due o tre giorni i manipoli si raccolgono, si sbattono fra loro e contro terra per rompere le foglie e le cime, quindi si drizzano in piedi formando dei grandi mucchi conici, detti pile, di circa 3 metri di diametro, ed in questo modo la canapa completa il suo essiccamento.
Assortimento. — Quando la canapa è ben secca si disfanno le pile, gli steli si adagiano sopra un cavalletto, e dopo averne pareggiato bene il calcio, si sfilano tutti quelli che sono troppo lunghi o troppo corti, e con le piante della stessa lunghezza si fanno tanti fascetti di circa 10 centimetri di diametro, che si legano in due punti. I fascetti di eguali dimensioni sono poscia riuniti in numero di 12-14, disponendoli metà in un senso e metà nell'altro, si legano fortemente in mezzo e alle due estremità, si troncano le punte sporgenti e così si ottengono dei fasci cilindrici molto regolari, di 40-50 centimetri di diametro e del peso di 15 o 20 chilogrammi, i quali si ripongono nei magazzini o si portano subito al maceratoio. (...)
Raccolta dei semi. — Per ottenere del seme si lasciano in piedi, quando si fa la raccolta della canapa per fibra, un certo numero di piante femmine, le quali si colgono poi circa un mese dopo, cioè quando i semi sono ben maturi. Conviene però meglio fare una coltura a parte, seminando un po' di canapa in mezzo ad altre colture o destinando ad essa alcune striscie di terreno lungo i margini degli appezzamenti. Questo terreno dev'essere pure ben lavorato, ben concimato e ben fornito di fosfati; il seme si sparge molto rado. Avvenuta la fecondazione, si raccolgono le piante maschie e più tardi, quando i semi sono maturi, si tagliano le femmine, si trasportano sull'aia, si fanno bene essiccare e poi si battono. Il seme si lascia ancora al sole per qualche giorno, poi si monda e si conserva in luoghi ben asciutti. I fusti delle piante femmine si legano in fasci, si fanno macerare e poi se ne estrae il tiglio, che è di qualità grossolana.
Avversità e nemici. — Vento: se è molto violento può rompere gli steli, schiantarli, coricarli sul terreno e recare danni gravissimi; ma se sono dannosi anche i venti soltanto moderati, perchè facendo urtare le piante, le une contro le altre, producono la lacerazione o l'ammaccatura della corteccia e il tiglio diventa grossolano e nodoso. Pioggie dirotte: se cadono subito dopo aver seminato, comprimono il terreno, determinando la formazione di una crosta dura, che rende la germinazione difficile e disuguale. Se vengono più tardi, ma quando la canapa è ancora piccola imbrattano le foglie con la terra che fanno schizzare, e le piante avvizziscono, e certe volte muoiono. Siccità: può nuocere molto allo sviluppo della canapa, se non vi si rimedia con le irrigazioni artificiali. I lavori profondi, che aumentano il potere d'imbibizione della terra, che ne rallentano il disseccamento e favoriscono lo sviluppo delle radici, sono uno dei migliori rimedi preventivi per diminuire i danni della siccità. Grandine: massimo danno risente la canapa, dal suo nascere sino alla raccolta, dalla grandine che ammacca gli steli, li spezza, li abbatte e rovina ogni cosa. Se la grandine colpisce la canapa quando è ancor giovane, conviene falciarla subito rasente terra; le piante non tardano a rigermogliare e, se il terreno è buono e la stagione propizia, si può ancora ottenere un discreto raccolto.
Piante nocive e vegetali parassiti. — Tutte le piante avventizie sono nocive, ma sono specialmente da notarsi i vilucchi o coreggiole (Convolvulus arvensis e Polygonum convolvulus), i quali, se non sono distrutti per tempo, si attorcigliano alle piante di canapa, nuocciono al loro sviluppo e fanno poi perdere molto tempo quando si fa l'assortimento. Fra i parassiti il più dannoso è l'orobanche (...); esso non teme nè uggia, nè altro e può prendere tale sviluppo, da far mancare quasi completamente il raccolto; i Tedeschi lo chiamano il carnefice della canapa (Hanfmörder). Contro di esso giovano specialmente i rimedi preventivi, cioè astenersi per parecchi anni dal coltivare canapa nei terreni che sono stati infestati da quel parassita, non adoperare letami infetti, ecc. Quando apparisce nella coltivazione bisogna estirparlo accuratamente, se l'infezione è piccola. (...)
Insetti. — Fra gli insetti più nocivi alla canapa sono da citarsi le altiche o pulci di terra, che ne rodono le foglioline quand'essa è ancora giovane; la piralite (Botis silacealis) che fora gli steli e si ciba del loro midollo, rendendoli fragili e molto soggetti ad essere spezzati dal vento.
Macerazione. — Le fibre tessili della canapa, esaminate al microscopio, si presentano sotto l'aspetto di piccoli tubi, vuoti all'interno, finamente striati nel senso longitudinale e con qualche striatura anche trasversale, in corrispondenza delle quali si osservano spesso delle villosità. Queste fibre, che in media hanno una lunghezza approssimativa di 15-25 millimetri, ed una grossezza di 1/20 - 1/30 di millimetro, sono disposte, come è già stato detto, intorno al fusto, nella parte detta libro, che è la porzione più interna della volgare corteccia. Esse non sono però libere, ma aderiscono al legno e agli altri tessuti corticali e sono fortemente incollate alle cellule che costituiscono il parenchima liberiano, il quale, in seguito agli studii di Régnault, Kolb, Selmi, Fremy, ecc., si è riconosciuto essere principalmente formato di pectosi, sostanza idrocarbonata neutra. Essa è insolubile nell'alcool e nell'acqua, ma per effetto del calore o d'una speciale fermentazione può trasformarsi in pectina e in acido pectico, sostanze alquanto solubili nell'acqua, ma gelatinose, le quali costituiscono il così detto grasso della canapa o del lino e contribuiscono a dare brillantezza e morbidezza alle loro fibre. La fermentazione della pectosi è riprodotta da varî fermenti e specialmente dal Bacillus amylobacter scoperto nel 1850 dal Mitscherlitch e studiato da Trécul e Van Tieghem; esso dapprima s'attacca ai tessuti meno consistenti, ma poscia anche alle fibre stesse, se non s'interrompe la sua azione. Oltre al suddetto sono però stati trovati nelle acque di macerazione tanti altri microbi, (...), i quali possono sostituire il Bacillus amylobacter o completarne l'azione. Per avere il tiglio della canapa libero e poterlo adoperare nelle industrie bisogna pertanto distruggere le aderenze che tengono le fibre unite tra loro e agli organi vicini, cioè trasformare le pectosi, e questo è appunto lo scopo principale della macerazione, la quale può farsi in diversi modi, cioè con processi rurali e con processi industriali. Essi possono così suddividersi:
Processi rurali: macerazione entro terra / alla rugiada / all'acqua corrente /all'acqua stagnante.
Processi industriali: macerazione con reagenti chimici / all'acqua calda / a vapore / stigliatura meccanica.
Lasciando in disparte tutti i precedenti industriali, che non hanno alcuna relazione diretta con l'agricoltura, si dirà brevemente di quelli rurali, che pur essendo operazioni industriali, sono tuttavia molto spesso eseguiti dagli agricoltori. La macerazione si pratica tanto per la canapa che per il lino, per evitare inutili ripetizioni si tratterà di entrambe contemporaneamente.
Macerazione sotto terra. — È il procedimento peggiore e non si pratica che in certi paesi caldi e poverissimi di acqua. Consiste nel collocare entro una fossa le piante da macerare e coprirle di terra fresca. La macerazione riesce regolare e il tiglio di non bella qualità.
Macerazione alla rugiada (Rorage dei Francesi). — È poco usata per la canapa, ma si pratica per il lino in molte regioni povere di acqua, ma umide, come sono certe provincie della Francia, del Belgio, della Svizzera, ecc. La canapa od il lino, dopo essere stati preventivamente disseccati, si trasportano sopra un prato o un campo ben coperto di stoppie, si sciolgono i fasci e si stendono sul suolo in tanti strati regolari, contigui, sottili e uniformi il più che sia possibile, procurando che tutti gli steli siano parallelamente disposti. Le piante si lasciano così esposte al sole, alla rugiada, alla pioggia, se ne cade, e a tutte le altre intemperie. La parte in contatto col suolo è la prima a subire gli effetti della macerazione; quando si osserva che questa è arrivata a punto, per mezzo di una pertica lunga e sottile si ribaltano tutte le striscie, esponendo all'aria la parte che prima era rivolta in basso e viceversa e dopo pochi giorni la macerazione è terminata. Si raccolgono allora di nuovo le piante, profittando delle ore più calde della giornata, e di nuovo si legano i fasci. La macerazione dura più o meno, secondo il tempo e le qualità del lino o della canapa; si riconosce che essa è compiuta quando la corteccia degli steli si stacca facilmente dal legno e le fibre non sono più molto aderenti le une con le altre. In Olanda si usa immergere il lino per 2-3 ore in una soluzione di sale o nell'acqua del mare prima di stenderlo sul terreno. Questo metodo di macerazione ha il vantaggio di essere economico, di potersi praticare in molti luoghi poveri di acqua e senza bisogno di fare delle costose costruzioni; esso dà un tiglio che s'imbianca facilmente, ma che è poco uniforme, poco forte, e una porzione piuttosto grande di esso, nelle lavorazioni successive, passa nelle stoppie. Se il tempo è poco favorevole, l'operazione poi può durare molto, sino a 5-6 settimane.
Macerazione all'acqua corrente. — Si usa molto, tanto per il lino quanto per la canapa, in tutti i paesi ove si coltivano queste piante e si hanno dei corsi d'acqua. Esso consiste nel tenere sommersi nell'acqua di un canale o d'un fiume i fusti da macerare, legati a fasci, fino a tanto che siano avvenute le desiderate trasformazioni, per cui il tiglio si possa facilmente separare dalle altre parti e le fibre non aderiscano più fra loro. La macerazione all'acqua corrente è molto migliore delle due precedenti, ma non si può praticare dove si vuole; bisogna che ci sia un corso d'acqua, bisogna che la sua velocità non sia troppo grande, che l'acqua non sia né cruda, né limacciosa, che non siano da temersi piene improvvise, ecc. Questa specie di macerazione è molto in uso per il lino nel nord della Francia e nella Fiandra occidentale del Belgio; la Lys e la Deule sono i due fiumi che più servono a tale operazione; essa si pratica nel seguente modo: I fasci di lino sono messi dritti e strettamente pigiati in una specie di cassa o gabbia, il cui fondo è di tavole e le pareti laterali sono soltanto formate di 3 o 4 traverse di legno. Quando la cassa è ben piena si rimettono le aste anteriori, che erano state tolte, e la si vara nel corso di acqua, sulle cui sponde era stata preparata. La cassa, detta ballon, galleggia sull'acqua come una zattera; per mezzo di pertiche la si conduce in un sito opportuno e là si fa affondare caricandola di sassi. La macerazione dura 12-15 giorni o più, secondo la qualità del lino, la temperatura dell'acqua, ecc. Quando essa è arrivata al punto voluto si tolgono i sassi che tenevano il ballon sommerso, si sciolgono i fasci del lino, si sciacquano bene nell'acqua e si gettano sulla sponda inerbata del fiume, ove si drizzano per farli asciugare. La macerazione all'acqua corrente dà un tiglio di buona qualità, uniforme e di bella tinta; ma presenta anche diversi inconvenienti: per esempio, se viene a piovere molto e l'acqua ingrossa, tutto il prodotto può essere portato via, o per lo meno può venire insudiciato dal fango, ecc.
Macerazione nell'acqua stagnante. — È il metodo più comunemente usato in Italia; esso consiste essenzialmente nel porre i fasci delle piante da macerare in una fossa piena d'acqua e tenerveli sino a tanto che siano avvenute le desiderate trasformazioni. La fossa in cui si compie questa operazione porta il nome di maceratoio; essa certe volte consiste in una semplice buca, più o meno grande, scavata nel terreno; ma i buoni maceratoi hanno il fondo selciato o in altro modo pavimentato e le pareti rivestite di tavole o di buoni muri, intonacati di cemento, come se ne vedono nell'Emilia e nelle Romagne. Merita di essere citato il maceratoio di Acireale in Sicilia, fatto costruire dal quel Comune a vantaggio degli agricoltori dei dintorni. Esso consiste in 16 grandi vasche, colle pareti laterali rivestite di muri a cemento e col fondo pavimentato con lastre di lava. Le vasche sono disposte su due file; tra l'una e l'altra evvi un fosso coperto, che serve a scaricare sul mare vicino le acque sucide; un altro canale, che gira attorno alle vasche, serve, alzando le paratoie di cui è munito, a condurre a ciascuna di esse l'acqua occorrente per la macerazione. Le vasche sono profonde m. 1,20, ma sono di varie grandezze; le maggiori sono lunghe m. 20,6 e larghe m. 12,36; una gradinata di pietra permette di scendere dentro per introdurvi le piante da macerare ed estrarle dopo la macerazione. Durante il corso di questa l'acqua putrida vien man mano dispersa nel mare, mentre s'introduce nelle fosse altr'acqua limpida. I fasci del lino e della canapa galleggiano nell'acqua; per farli stare sommersi bisogna ricorrere a qualche espediente; in molti casi si ottiene un tale scopo col caricarli di sassi, come nella macerazione all'acqua corrente; ma nei migliori maceratoi vi sono delle file di pali conficcati nel terreno, colle teste riunite da aste longitudinali, sotto le quali si fanno passare delle traverse, con cui si obbligano i fasci a rimanere sommersi. L'acqua in cui si deve compiere la macerazione deve essere limpida, aereata, non fredda, non cruda; per poter meglio lavorare nel maceratoio essa non dovrebbe essere introdotta che quando la canapa è già stata messa a posto; ma nel- l'Emilia si ritiene più utile introdurvela parecchi mesi prima, affinché si purghi, diventi aereata e non logori il tiglio, come farebbe l'acqua radunata di recente. La canapa, legata a fasci regolari cilindrici, è messa nel maceratoio a letti orizzontali, che possono arrivare sino a quattro e poi caricandola di sassi o per mezzo di pertiche, com'è stato sopra accennato, si fa immergere nell'acqua, se questa già vi si trova, o si obbliga a non muoversi quando essa viene introdotta. Nel maceratoio non tarda a svilupparsi una fermentazione più o meno attiva, accusata da elevazione di temperatura, intorbidamento dell'acqua e sviluppo di parecchi gas, come anidride carbonica, idrogeno protocarburato, ecc. L'acqua inoltre diventa acida, astringente e ben tosto tramanda un pessimo odore. L'agente principale di questa fermentazione, come già si è detto, è il Bacillus amylobacter; alimentato dalle sostanze azotate contenute nella corteccia, esso propagasi con grande rapidità, attacca i tessuti meno resistenti che attorniano le fibre liberiane, rendendole libere e indipendenti; ma se si lasciasse agire lungamente esso finirebbe anche per attaccare le fibre stesse, alterandole in modo da togliere loro ogni consistenza, come si osserva quando si prolunga l'operazione oltre il convenevole. La macerazione della canapa dura più o meno secondo la grossezza delle piante, la loro maturità più o meno avanzata, la composizione dell'acqua, la temperatura, ecc. L'operazione deve essere quindi attentamente sorvegliata e subito che, estraendo qualche stelo, si scorge che la corteccia si stacca facilmente dal legno sottostante, anche verso la parte inferiore, e che le fibre si disuniscono fra loro, bisogna senza ritardo estrarre la canapa, altrimenti la sua tenacità ne soffrirebbe molto. Gli operai entrano allora nel maceratoio, tolgono i sassi o le stanghe che tenevano i fasci sommersi, sciolgono questi e prendendo gli steli a manciate, li sciacquano nell'acqua e li gettano sulle sponde della fossa, che si tengono sempre rivestite d'erba. Ivi altri operai li prendono e li drizzano in piedi, formando dei fasci conici, vuoti nell'interno, affinché l'acqua possa facilmente scolare ed evaporarsi. I fusti secchi vengono di nuovo legati a fasci e riposti nei magazzini per essere poi sottoposti alle operazioni necessarie all'estrazione del tiglio. La macerazione all'acqua dormente, quando è ben condotta ed eseguita in buone condizioni, permette di ottenere un tiglio morbido, che s'imbiacca facilmente, ma che è meno resistente di quello che può aversi in altri modi, per esempio, colla macerazione all'acqua corrente; essa poi ha il gravissimo inconveniente di ammorbare l'aria in modo insopportabile e di costringere gli operai ad un lavoro dei più penosi ed insalubri.
Lavorazione della canapa. — Si farà soltanto cenno dei procedimenti che si usano nelle campagne per estrarre la materia tessile che essa contiene. La canapa macerata viene sottomessa a due operazioni principali, che sono la scavezzatura e la gramolatura.
Scavezzatura. — Ha per iscopo di rompere i canapuli; gli steli di canapa vengono messi a mannello sopra un robusto pancone, mentre un operaio li fa sporgere in fuori poco per volta, due altri, armati ciascuno d'una forte clava, li colpiscono con forza e infrangono la parte legnosa. Questa operazione si eseguisce anche per mezzo d'una rozza macchina, consistente essenzialmente in una ruota poligonale, che sugli spigoli porta dei grossi pezzi di legno a guisa di mazzuoli. Facendo girare la ruota, i mazzuoli colpiscono la canapa che si fa scorgere dal pancone e così l'operazione della scavezzatura si eseguisce più rapidamente.
Lavorazione della canapa in Romagna (scavezzatura a destra, gramolatura a sinistra).
Gramolatura o maciullatura. — Dopo la scavezzatura la canapa è sottoposta all'azione del grametto; esso consiste in un robusto cavalletto di legno, la cui asta orizzontale ha, in tutta la sua lunghezza, una fenditura larga circa 3 centimetri, nella quale può penetrare un'asta pure di legno, detta gramile, che è imperniata ad un'estremità del cavalletto ed è munita d'impugnatura alla parte opposta, per poterla alzare ed abbassare. La parte inferiore del gramile, quella cioè che deve penetrare nella suddetta fenditura, è assottigliata in guisa di lama ottusa. L'operaio prende con la mano sinistra una manciata di canapa già scavezzata, la getta sul grameto dopo aver alzato il gramile e con questo la batte a colpi ripetuti, in modo da frangere minutamente i canapuli, che, dopo la scavezzatura ancora rimanevano aderenti al tiglio. Di tanto intanto egli tira a sé la manuella, premendo leggermente sul gramile, per distaccare le lische, le scuote violentemente perfar cadere a terra tutte le impurità, e così la canapa ammorbidisce, si fa sempre più netta e incomincia a prendere il suo bel lucido. Dopo questa prima maciullatura, ordinariamente si passa ancora la canapa alla gramola, la quale non è altro che un grametto con due scanalature e con gramile a doppia linguetta, e così si ottiene la canapa mercantile.
Perdite che subisce la canapa. — Per le diverse operazioni sopra descritte la canapa subisce una gran perdita dipeso, e la quantità di tiglio che in ultimo si ottiene non rap-presenta, secondo Berti Pichat, che il 12,5% del peso dei fusti secchi ottenuti alla raccolta. (...)
Foto di © Giacomo Bellone
erba medica
Medicago sativa
https://it.wikipedia.org/wiki/Cannabis_sativa
Caratteri botanici. — Leguminosa papiglionacea, tribù delle trifogliee. Radice lungza a fittone, fusto alto da m 0,6 a m 1, dritto, glabro, poco ramificato; foglie composte trifogliate, con foglioline dentate; fiori piccoli, violacei, riuniti in capolini ascellari. Calice persistente, con cinque denti o lobi quasi eguali; corolla caduca, stendardo ed ali lunghe, carena corta. Stami in numero di 10 riuniti in due fasci. Ovario sessile, legume contorto a spirale di più giri. Seme giallo, minuto e della forma d'un fagiolo.
Origine e importanza di questa coltivazione. — L'erba medica è una delle piante da foraggio più conosciute e più importanti. Una delle sue particolarità più preziose risiede nella prontezza con cui essa rigermoglia dopo essere stata falciata, perciò in condizioni favorevoli, essa può dare sino a cinque o sei tagli di foraggio all'anno. La medica è coltivata da tempo molto antico: essa era già nota agli antichi Greci, ed Aristotele ne parla nella sua Storia naturale; la coltivavano pure gli antichi Romani, e Catone, Varrone, Columella, Virginio e Plinio ne fanno menzione. Questa pianta è probabilmente originaria delle regioni asiatiche a mezzodì del Caucaso; De Candolle dice che essa venne trovata spontanea, con tutte le apparenze d'una pianta indigena, in parecchie provincie dell'Anatolia, nella Persia, nell'Afganistan, nel Belucistan e nel Cascemir. Secondo la comune credenza, essa venne importata in Europa, e più precisamente in Grecia, dalla Media ai tempi dell'invasione di Dario, cioè circa 490 anni prima dell'E. V., e da quella regione trasse il suo nome. Dalla Grecia essa passò in Italia, ove i Romani la presero subito in grande stima, e Columella dice che è la migliore di tutte le piante da foraggio: Eximia est erba medica. I Romani la portarono poscia nelle Gallie e nella Spagna e di là forse fu di nuovo importata più tardi in qualche regione d'Italia, perché in più luoghi è anche conosciuta col nome di Erba Spagna. [clicca per continuare la lettura]
Ma in Italia la coltivazione dell'erba medica si è sempre più o meno conservata, ed ora si trova molto diffusa in tutto il bacino del Po e specialmente nell'Emilia, poi nella Toscana e in quasi tutta l'Italia centrale e va ancora sempre più diffondendosi. Nelle provincie meridionali essa ha pochissima importanza per ora, ma incomincia ad essere apprezzata; poco coltivata è pure nella zona alpina, ove convengono meglio i trifogli. La medica è anche coltivata molto in Francia, specialmente nella regione sud e sud-est, e Olivier de Serres nel secolo XVI la chiamava la merveille du mesnage des champs. La Provenza è attualmente uno dei maggiori centri di produzione del seme di questa pianta. A misura che si procede verso il nord i medicai si fanno più rari e prende più sviluppo la coltura dei trifogli.
Clima. — La regione del mais è quella che meglio conviene alla coltivazione dell'erba medica e nella quale questa dà i suoi più abbondanti prodotti; essa può resistere a freddi anche molto intensi, ma essendo molto sollecita a germogliare in primavera, le gelate tardive la danneggiano; essa poi soffre per l'umidità persistente, ed è perciò che nei Paesi Bassi, in Inghilterra e in Germania le si preferiscono i trifogli, tanto più che, per la brevità dell'estate, non si potrebbero mai avere in questi paesi i prodotti che si ottengono in quelli meridionali. La resistenza dell'erba medica ai rigori dell'inverno è provata anche dal fatto che nella Svizzera si trovano medicai sin oltre i 1300 metri di altitudine, e nelle Alpi Marittime si è vista coltivata a più di 1500 metri. Le lunghe radici che questa pianta forma nei terreni permeabili la mettono anche in grado di resistere alle lunghe siccità, ma se nel terreno manca la freschezza, la germogliazione si arresta e non riprende che alle prime pioggie. Il Gasparini ha fissato a 8° la temperatura media necessaria affinché l'erba medica entri in vegetazione, e a cominciare da questo punto essa avrebbe bisogno di 862 gradi di calore per arrivare alla fioritura; da ciò si spiega come nei paesi meridionali d'Europa si possono avere 5 o 6 prodotti all'anno.
Terreno. — È più facile indicare i terreni che non convengono alla medica, dice il Girardin, che di enumerare quelli in cui essa può prosperare; ed invero vi si trovano buoni medicai in quasi tutte le qualità di suolo; i più belli però s'incontrano nelle valli di alluvione, formate di terreni fertili, freschi, permeabili e profondi. Sulla buona riuscita di questa pianta la qualità del sottosuolo influiscono più di quelle del suolo propriamente detto, e si è quasi sicuri di vederla prosperare ogni qual volta le sue radici possono profondamente distendersi. Le radici della medica si allungano infatti continuamente, emettendo poche ramificazioni, e non di rado arrivano sino a 3 e 4 metri: nel museo di Berna se ne conserva una di 16 metri di lunghezza. Esplorando in tal modo sempre nuovi strati, la pianta si mantiene lungamente in vigore; ma se questo allungamento è impedito, la pianta languisce e muore. L'allungamento delle radici può essere arrestato dalla impenetrabilità del terreno o dall'umidità stagnante; la medica non si deve quindi coltivare che nei luoghi dove lo strato dei materiali sciolti è molto potente o dove il sottosuolo è costituito da roccie piene di fessure, che rendono facile lo scolo dell'acqua e non si oppongono al passaggio delle radici. Un profondo scassato nei terreni compatti e la fognatura in quelli troppo umidi sono le operazioni che devono necessariamente precedere la formazione di un medicaio, se si vuole assicurarne la durata. Una certa abbondanza di carbonato calcare nel terreno è pure necessaria per la prosperità di questa pianta, come per la massima parte delle altre leguminose.
Posto negli avvicendamenti. — I medicai in molti poderi non fanno parte delle terre avvicendate, ossia l'erba medica non alterna regolarmente colle altre colture; essa conservasi sul medesimo terreno sin tanto che dà buoni prodotti, poi quello si dissoda per farlo entrare in rotazione e si fa un nuovo medicaio sopra un altro appezzamento; questa pratica è consigliata dalla lunga e variabile durata di questi prati temporanei, che in alcuni casi possono conservarsi in buono stato anche per dieci e più anni. In altri luoghi invece i medicai non durano più di due o tre anni, allora la medica può opportunamente entrare nell'avvicendamento, e dopo di essa si coltiva il frumento, oppure certe volte con essa si termina la rotazione, e il profondo lavoro che bisogna fare per dissodare il prato serve di lavoro di rinnovo per la nuova serie di coltivazioni. Dopo un medicaio ben riuscito il terreno è ricco, specialmente di azoto, ed anche senz'altro concime può prestarsi ad una buona coltivazione di barbabietole, granoturco, ecc. Il frumento in certi casi potrebbe anche allettare, e allora non si coltiva che l'anno susseguente. In quanto alla coltura che precede il medicaio, essa deve essere tale da lasciare il terreno ricco, profondamente smosso e netto; è dopo le piante sarchiate che il terreno si trova meglio in tali condizioni, quindi la medica starebbe bene in secondo anno di rotazione; non di rado però essa viene più tardi e segue un frumento, ma allora bisogna dare direttamente al terreno i lavori ed i concimi che essa esige. La medica spossa il terreno negli strati profondi e non bisogna farla ritornare sul medesimo sito che ad intervalli piuttosto lunghi, se si vuole che abbia lunga durata.
Consociazione. — L'erba medica si consocia con due generi di piante: si associa temporaneamente coi cereali l'anno in cui si semina, per non perdere in esso il frutto del terreno, e si associa per tutta o buona parte della sua durata con altre piante da foraggio. La prima consociazione si fa quando l'erba medica si semina in primavera; il cereale in mezzo a cui essa si spande può essere stato seminato nell'autunno precedente o nella primavera stessa. Se non è molto fitto la sua presenza non nuoce alla leguminosa, ma esso le serve anzi di protezione durante la sua lunga infanzia, ed intanto in questo primo anno, nel quale la leguminosa non rende che poco, si ottiene dal terreno, per mezzo del cereale, un prodotto ordinario. Col secondo genere di consociazione si cerca di avere un prodotto più abbondante nel primo anno, durante il quale l'erba medica non produce ancora molto. A tal fine ad essa si unisce qualche volta un poco di trifoglio pratense; questa pratica però è da condannarsi se si vuole un medicaio di lunga durata, perché se i primi due o tre tagli di foraggio sono più abbondanti, il trifoglio lascia nel 2° o nel 3° anno, quando scompare, dei numerosi vuoti, che vengono subito invasi dalle cattive erbe, con grande scapito del medicaio. La vigorosa vegetazione del trifoglio inoltre nuoce sempre allo sviluppo della medica, che può esserne quasi soffocata; una tal pratica non potrebbe perciò consigliarsi che quando il prato dovesse soltanto durare pochi anni. Meglio della precedente può convenire la consociazione colla lupinella, che ha maggior durata e danneggia meno la medica; ma essa rigermoglia meno del trifoglio e se il primo taglio in primavera è più abbondante, i successivi sono più scarsi. Qualche volta alla medica si consocia anche il loglio italico; ma in generale, se il terreno è ben preparato e se si vuole che il medicaio duri molto, conviene astenersi da queste pratiche.
Preparazione del terreno. — Se questo non è profondamente sciolto per il fatto delle colture precedenti, conviene eseguire uno scassato, o per lo meno una delle arature più profonde che sia possibile, per assicurare la riuscita di questa coltivazione; l'importanza di una tale operazione è tanto maggiore quanto più compatto è il suolo. Questi profondi lavori, eseguiti prima dell'estate se si deve seminare in autunno, o prima dell'inverno se la seminagione dev'essere fatta in primavera, si completano poi con le altre lavorazioni che sminuzzino bene la terra e pareggino la superficie del suolo. La preparazione fisica del terreno deve avere un altro scopo essenziale, quello cioè di nettarlo bene dai semi e dalle piante avventizie, senza di che la medica sarebbe subito soffocata. Dannosissima al medicaio è soprattutto la gramigna, quindi bisogna porre ogni cura per liberarne completamente il terreno, e per riuscirvi meglio bisogna incominciare per tempo, cioè uno o due anni prima. (...)
Tempo della seminagione. — Nei paesi meridionali essa si eseguisce nell'autunno, alle prime pioggie; nelle contrade fredde si semina in primavera, quando è passato il periodo delle gelate intense. Nel primo caso bisogna seminare il più presto possibile e sollecitare la cresciuta delle piantine, affinché siano già robuste quando vengono i freddi; sollecita deve pure essere la seminagione primaverile, affinché il medicaio sia meno danneggiato dalle siccità.
Scelta del seme. — Il seme della medica è reniforme o somiglia ad un piccolo fagiolo, di colore giallognolo; ha la lunghezza di mm. 2-2,5 e lo spessore di 1. Il buon seme deve essere regolare, ben nudrito, lucente e pesare circa 80 chilogrammi l'ettolitro; ogni litro contiene da 450.000 a 500.000 granelli. Una colorazione bruna indica che il seme è vecchio o alterato, una troppo chiara denota un'incompleta maturazione. La facoltà germinativa si può facilmente provare ponendo un certo numero di semi sopra un pezzo di panno bagnato o in un vasetto pieno di terra fresca; alla temperatura di 18° essi devono germinare in 2 o 3 giorni. (...) Nella scelta di questo seme bisogna fare bene attenzione che esso sia perfettamente privo di cuscuta, altrimenti s'introdurrebbero nel medesimo i germi del suo peggiore nemico. Per dare buon aspetto al seme vecchio e renderlo lucente come quello giovane, certi negozianti usano di oliarlo leggermente. Questa frode è molto dannosa, perché così trattato esso germina irregolarmente e alcune volte non germina più; si riconosce l'inganno strofinandolo entro un foglio di carta bianca e osservando se esso rimane macchiato. Un'altra frode abbastanza comune è anche quella di mescolare coi semi di erba medica comune dei semi di lupinella o di medica falcata o maculata, che costano molto meno. Occorre un occhio molto esercitato per riconoscere l'inganno, e gli agricoltori faranno bene, anche in questo caso, a ricorrere al controllo delle Stazioni agrarie.
Modo di eseguire la seminagione. — L'erba medica si suole seminare alla volata. Se il terreno è nudo, dopo averlo bene sminuzzato e spianato, vi si spande il seme il più regolarmente possibile e poi si copre con una leggera erpicatura, oppure con una cilindratura. Se si semina in primavera, quasi sempre, com'è già stato detto, la medica si associa con un cereale primaverile, orzo od avena; ma si può pure associare a un frumento seminato in autunno. Il cereale deve sempre essere più rado del solito, e dopo avere sparso il seme della medica si erpica. Si usa pure di seminare questa pianta in linee distanti da 10 a 20 centimetri, sia sola, sia in mezzo ad un cereale seminato in linee egualmente distanti. Adottando questo metodo si ha il vantaggio di potere in seguito sarchiare il medicaio e distruggere più facilmente le piante avventizie; il foraggio che si ottiene in queste condizioni è però più grossolano del solito, specialmente se le righe non sono fitte. La quantità di seme che si spande per ettaro varia da 20 a 30 kg; seminando in linea 15 kg. possono essere sufficienti.
Cure al medicaio. — La riuscita di esso dipende moltissimo dal prospero sviluppo delle pianticine durante la loro prima esistenza, quindi bisogna che l'agricoltore lo solleciti e lo favorisca con tutti i mezzi che ha a sua disposizione. Una moderata quantità di concime di pronta azione, a base di guano, nitrato sodico, perfosfato, solfato di potassa, sparso immediatamente prima del seme o subito che l'erba medica è nata, può essere assai utile, come un po' più tardi può giovare una buona dose di gesso. Se si è seminato all'autunno conviene dare, prima dei freddi, una leggera cilindratura per comprimere il terreno e renderne meno facile il sollevamento per effetto delle gelate. Se si è seminato in primavera, subito che il terreno incomincia a disseccarsi, tornano utilissime le irrigazioni. Certe volte in mezzo alla medica nascono molte cattive erbe, i cui semi preesistevano nel terreno o sono stati introdotti con i concimi o con l'erba medica stessa. Se queste piante appartengono a specie annue, si potranno ancora distruggere falciando una o due volte il prato appena incomincia a svilupparsi, e sollecitando lo sviluppo delle leguminose con una buona dose di gesso; se trattasi di piante vivaci, il danno è maggiore, e qualche volta irreparabile. Quando il medicaio è diventato adulto le cure annue che gli si prestano consistono nella distruzione delle cattive erbe, nella concimazione e nell'irrigazione. Se si è seminato l'erba medica a righe, la distruzione delle cattive erbe si fa a mano con piccole zappe o per mezzo di adatte sarchiatrici meccaniche. Negli altri medicai si ricorre per lo più all'erpice; tutte le primavere, nel mese di febbraio o marzo, si fa passare su di essi un erpice potente, a denti di ferro; qualche volta anzi si danno due energiche erpicature in croce. Con questa operazione si rompe la crosta del suolo, si facilita lo sviluppo delle gemme avventizie al colletto dell'erba medica e si distruggono molte cattive erbe; essa dev'essere eseguita quando il terreno è alquanto asciutto; la medica, quand'è ben radicata, non è danneggiata dai denti dell'erpice. In Linguadoca, al dire di Heuzé, si erpica il medicaio dopo ogni falciatura. Nei medicai molto vecchi l'azione dell'erpice non è più sufficientemente energica e si ricorre qualche volta allo scarificatore. (...)
Falciatura. — La medica, come la massima parte delle altre piante da prato, deve falciarsi quando è in fioritura; per questa pianta, che dà sempre parecchi prodotti all'anno, non si lascia mai oltrepassare quel tempo: spesso anzi si falcia appena incominciano a mostrarsi i primi fiori, per avere un foraggio più tenero. Essendo i fusti piuttosto duri, se si taglia a mano, bisogna regolare la falce e rendere molto acuto l'angolo che la lama fa col manico. La falciatura dev'essere fatta rasente terra, altrimenti la stoppia rimasta rende poi più difficile le falciature successive.
Preparazione del fieno. — Il disseccamento dell'erba medica dev'essere regolato con molta attenzione per non lasciar perdere le foglie, che disseccandosi diventano molto fragili; molti agricoltori per tanto non sparpagliano l'erba, ma la lasciano in andane, e si limitano a rivoltare queste parecchie volte, finché il foraggio sia secco. Ma qualunque metodo si segua per fare il fieno, bisogna sempre astenersi dal rimuovere molto il foraggio quando è alquanto secco, specialmente durante le ore più calde del giorno. Se si vuol mettere il foraggio in biche temporanee, bisogna farlo per tempo, senza attendere un essiccamento molto inoltrato. Nelle grandi biche e nei fienili il foraggio però non deve ammucchiarsi che a un giusto grado di essiccamento, altrimenti esso ammuffisce. Per il disseccamento dell'erba medica si ricorre anche a metodi speciali e fra gli altri al seguente. Il foraggio falciato si lascia disteso sul suolo finché sia bene appassito, quindi si lega a piccoli fasci conici, che si drizzano in piedi. L'operazione è fatta da due operai: uno prende una bracciata d'erba, e, poggiandola sul suolo per il calcio delle piante, procura di darle una forma conica regolare; l'altro operaio, che nel frattempo ha preparato con una manciata d'erba una specie di corda, lega il mucchio verso la parte superiore, e gli dà la necessaria stabilità allargandone la base. L'aria circola facilmente in mezzo al foraggio così disposto, ed esso si essicca senza bisogno di altre manipolazioni; se viene a piovere, l'acqua scorre in gran parte alla superficie dei mucchietti e poche ore di bel tempo bastano per farlo evaporare. Se le pioggie sono persistenti e penetrano nel loro interno, ritornato il bel tempo essi cambiansi di posto, e se occorre si capovolgono, aprendoli bene per esporre al sole anche la parte centrale. Terminato l'essiccamento, si lega ciascun fascetto con un'altra legatura di paglia e si portano così nei magazzini. Questo metodo ha il vantaggio di conservare all'erba medica tutte le sue foglie, di non esporre all'azione diretta del sole e dell'umido che una piccola parte del foraggio, di difenderlo meglio dalle intemperie, e se richiede una spesa speciale per fare e legare i fascetti, dispensa l'agricoltore da quasi tutte le manipolazioni, ancora più costose, che occorrono seguendo il metodo comune. Esso quindi può raccomandarsi. Quando gli operai hanno acquistato un po' di pratica, la formazione delle piccole bicche e la loro legatura procede molto speditamente; tutta l'operazione dell'essiccamento è però un po' più lunga. (...)
Prodotto. — Seminata in primavera, la medica non produce, durante il primo anno, che poco: essa ordinariamente si fa soltanto pascolare, e se è rada si lascia anche intatta; se si è seminato all'autunno, l'anno seguente si ha un discreto prodotto, ma è soltanto al secondo anno che il medicaio entra in piena produzione. Si è già detto che una delle preziose qualità dell'erba medica era quella di rigermogliare con molta prontezza e facilità dopo la falciatura; nei paesi meridionali si possono ottenere da questa pianta, se il terreno si mantiene fresco, cinque ed anche sei tagli all'anno; in paesi sempre più freddi, come quelli dell'Europa centrale, essa può sempre essere pascolata all'autunno e falciarsi tre volte e dare ancora un buon prodotto. (...) In Italia i buoni medicai danno da 500 a 700 quintali di erba, la quale trasformandosi in fieno perde da 70 a 80% del proprio peso. Il fieno di medica è un po' grossolano, ma ha buon aroma, e, se è stato ben fatto, è più ricco di quello ordinario in sostanze azotate, quindi gli si può mescolare insieme una certa quantità di paglia e ottenere ancora sugli animali il medesimo effetto che col fieno comune puro. Invecchiando, esso diventa molto fragile e polveroso. L'erba medica fresca dev'essere fatta consumare dagli animali con precauzioni, specialmente in principio, altrimenti provoca il meteorismo.
Raccolta del seme. — Essa determina uno spossamento nelle piante, quindi non si suol fare che sul secondo o sul terzo prodotto dei medicai che si vogliono rompere; ma dove il seme è ricercato e si vende bene, la raccolta si fa anche sui medicai ancora giovani. Quando i semi sono ben formati e quasi maturi, a mano, o per mezzo d'una specie di pettine, si raccolgono i capolini, si fanno bene essiccare al sole e poi si sgranano per mezzo di una macina verticale simile a quelle che si usano per frangere le olive o per mezzo di speciali trebbiatrici. (...)
Durata del medicaio. — È molto variabile; se questo prato si fa entrare nell'ordinaria rotazione, raramente lo si mantiene per più di 3 o 4 anni; se la medica si coltiva a parte, sopra un terreno buono, molto profondo e che non abbia ancora mai portato questa pianta, il medicaio può durare 10-15-20 anni e più. In buoni terreni di alluvione si son visti medicai d'una ventina d'anni che erano tuttora in buono stato. La durata ordinaria non eccede però i sei o sette anni e spesso è anche minore; l'invasione delle cattive erbe, che, rare da principio, si vanno in seguito sempre più moltiplicando, o l'incontro di qualche strato cattivo, che impedisce l'estendersi delle radici, produce la perdita di molte piante, diminuisce il loro vigore e cessa allora la convenienza di conservare un tal prato.
Rompitura e residuo de' medicai. Il dissodamento dei vecchi medicai presenta qualche difficoltà per la grossezza che hanno acquistato le radici; occorrono buoni aratri col vomero e con coltello ben taglienti, e bisogna eseguire un'aratura profonda, affinché il vomero non incontri le radici nella parte già sottile, e possa perciò troncarle più facilmente. Il tempo più opportuno per eseguire questo lavoro è indicato dalla pianta che si vuol coltivare in seguito; se questa deve seminarsi in primavera, il dissodamento si farà prima dell'inverno, e la terra disgregata dai geli e disgeli e fertilizzata dai numerosi residui della leguminosa, si troverà alla primavera in buonissime condizioni culturali, e senza bisogno d'altre concimazioni o soltanto con alcuni quintali di fosfati si potranno successivamente ottenere da essa uno o due buoni raccolti di cereali o d'altre piante. (...)
Nemici dell'erba medica.
Cuscuta. — È uno dei più gravi; si conoscono varie specie di queste piante; sulle leguminose sono specialmente comuni la C. europea e la C. trifolii. Appartengono alla famiglia delle convolvulacee e vivono parassite sulla medica e su tante altre piante. Il seme è finissimo, di colore giallo bruno, coperto di un involucro spesso e duro; può conservarsi inalterato per lungo tempo nel terreno, fino a che le circostanze diventino favorevoli al suo sviluppo. Quando uno di questi semi germina, si forma una pianticina munita d'una piccola radice, la quale emette alcune escrescenze che tengono le veci di radicelle; ma queste radici muoiono subito che lo stelo si è attaccato alle piante vicine. Il fusto della cuscuta è erbaceo, sottile come un filo, di colore giallognolo o rossastro, molto ramificato. Esso si attorciglia alle piante che gli convengono ed emette numerosi austorii, che penetrano nei tessuti delle piante ospiti e ne assorbono i succhi. Questi filamenti si allungano e si ramificano rapidamente, si attaccano a nuove piante e le fanno perire in mezzo al fitto reticolato che essi formano. La cuscuta, oltre che per seme, si propaga molto facilmente per mezzo dei suoi filamenti, i quali, tagliati a pezzi, possono vivere per parecchi giorni, e portati sopra altre piante vi si fissano e si moltiplicano con rapidità. (...) Se la cuscuta si è manifestata in numerosi punti di un medicaio è inutile cercare di combatterla; si procura di ricavare ancora da esso tutto ciò che nell'annata può dare e poi si rompe; se invece essa non si manifesta che in alcuni punti limitati, allora si può tentare di distruggerla. Si sono consigliati diversi metodi, ma il migliore è ancora sempre il seguente, quantunque un po' vecchio. Si falciano accuratamente i luoghi invasi e si coprono di paglia, a cui si dà fuoco. La fiamma distrugge tutto ciò che vi è sopra terra, e quindi anche i filamenti della cuscuta; in quanto all'erba medica, se era già adulta, ripullerà di nuovo; se invece era ancora giovane, sarà anche essa distrutta e bisognerà seminarla un'altra volta in quei posti, o mettervi qualche altra pianta. (...) Ma sono molto da consigliarsi i rimedi preventivi: non adoperare che seme d'erba medica perfettamente privo di semi di cuscuta e quando essa si è sviluppata in un terreno, astenersi per parecchi anni dal riseminare la medica.
Rizoctonia (Rhizoctonia medicaginis). — È un altro dannoso parassita dell'erba medica; consiste in un fungo che vive sulle sue radici ed a sue spese; esso forma dei corpi ovoidi simili a tubercoli, dai quali si diramano dei filamenti lunghi, sottili, ramificati, di un bel colore violetto. I primi si sviluppano ordinariamente sotto la biforcazione delle grosse radici, i secondi si applicano lungo le radici stesse e ne assorbono i succhi. Il parassita non si manifesta esteriormente; quando si vede deperire l'erba medica in qualche sito, senza alcuna causa apparente, si estirpa qualche radice, e se il fungo esiste non si tarda a vederlo. Esso invade specialmente i medicai situati in luoghi umidi; per arrestarne i danni si consiglia di aprire attorno ai luoghi infetti un fossatello di 50 cm di profondità, ma non sempre si riesce nell'intento, perché l'invasione certe volte è molto più estesa di ciò che sembra.
Orobanche. — È anche un parassita dell'erba medica ePagina 725di tante altre piante, com'è già stato indicato altrove (V. fig. 176). Vive sulle radici dell'ospite, ma manda sopra terra un caule rivestito di scaglie rossigne, il quale, semplice o ramoso, termina con un gruppo di fiori posti all'ascella di altre scaglie. La corolla è più o meno bilabiata; gli stami sono in numero di quattro, didinami; il frutto è una capsula uniloculare. Bisogna estirpare queste piante appena spuntano. (...)